AI e copyright: le riflessioni di Billi (Lega) tra tutela dei diritti e competitività globale

ROMA\ aise\ - “Il dibattito aperto negli Stati Uniti dal contenzioso tra New York Times, OpenAI e Microsoft riporta al centro una questione destinata a pesare sempre di più anche in Europa: come proteggere il diritto d’autore senza frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la competitività tecnologica”. È quanto sottolinea in una nota Simone Billi, deputato della Lega eletto all’estero e presidente dell’Intergruppo Parlamentare per la Protezione dell’Innovazione Tecnologica.
“Per comprendere il problema occorre distinguere tra i contenuti utilizzati per addestrare l’AI, ciò che il modello apprende e ciò che successivamente riproduce”, afferma Billi. “Durante il training i testi vengono acquisiti e analizzati; una volta addestrato, però, il modello normalmente non funziona come una biblioteca che riapre ogni volta i singoli articoli, perché quanto appreso viene incorporato nei suoi parametri. Diverso ancora è il caso in cui l’AI effettui una ricerca sul web e consulti direttamente una fonte al momento della risposta”.
“Questa distinzione è fondamentale anche dal punto di vista del copyright, che non protegge fatti, idee e informazioni in quanto tali, ma la loro espressione originale”, spiega il parlamentare. “Imparare da un articolo, quindi, non equivale necessariamente a copiarlo. Il problema nasce perché una macchina, per “leggere”, deve comunque effettuare operazioni tecniche di copia, estrazione ed elaborazione dei contenuti”.
“L’Europa aveva affrontato questa questione già prima dell’esplosione dell’AI generativa attraverso il text and data mining, il cosiddetto TDM”, prosegue la nota. “La direttiva UE 2019/790 consente, a determinate condizioni, l’analisi automatizzata di opere alle quali si abbia legittimamente accesso. Per gli utilizzi generali previsti dall’articolo 4, il titolare può però espressamente riservarsi questo diritto attraverso il cosiddetto opt-out. L’Italia ha recepito questa disciplina negli articoli 70-ter e 70-quater della legge sul diritto d’autore”.
“Questo”, precisa Billi, “non significa che ciò che viene pubblicato su Internet sia liberamente utilizzabile: il contenuto rimane protetto. Significa invece che il legislatore europeo ha cercato di distinguere la riproduzione dell’opera dal suo utilizzo per l’analisi automatizzata”.
“Europa e Stati Uniti hanno seguito strade differenti, anche in ragione delle rispettive tradizioni giuridiche”, evidenzia il deputato della Lega. “Nell’Europa di civil law si è preferito introdurre una disciplina specifica; negli Stati Uniti, ordinamento di common law pur naturalmente fondato anche su una legislazione federale sul copyright, un ruolo centrale è svolto dal fair use e dalla sua applicazione giurisprudenziale”.
Per Simone Billi “le prime decisioni americane dimostrano quanto la materia sia ancora in evoluzione. Nel 2025, in Bartz v. Anthropic, l’utilizzo di libri per addestrare un modello è stato considerato trasformativo e coperto dal fair use, distinguendolo però nettamente dall’acquisizione di copie pirata. In Thomson Reuters v. Ross Intelligence, invece, il fair use è stato negato in un caso in cui materiale protetto era stato utilizzato per sviluppare un prodotto concorrente. Anche nella causa del New York Times contro OpenAI e Microsoft il nodo è proprio il confine tra apprendimento, riproduzione dell’opera e possibile sostituzione economica della fonte originale. Il Governo americano è intervenuto nel dibattito sottolineando anche un elemento particolarmente rilevante: interpretazioni eccessivamente restrittive del copyright possono indebolire la capacità degli Stati Uniti di competere nell’intelligenza artificiale con gli altri grandi attori internazionali”.
“Il tema, quindi, non è più soltanto giuridico: è anche geopolitico e di politica industriale”, sottolinea l’On. Billi, che è uno European Patent Attorney. “Brevetti, know-how, dati e intelligenza artificiale sono ormai parte della capacità strategica di un Paese”, aggiunge. “Una protezione troppo debole danneggerebbe autori ed editori, ma una regolazione eccessivamente rigida rischierebbe di rallentare l’innovazione europea e, paradossalmente, di rafforzare proprio i grandi operatori tecnologici extraeuropei”.
“La sfida per l’Italia e per l’Europa è quindi proteggere la creatività senza trasformare il copyright in una barriera alla conoscenza. In fondo la domanda è semplice: una macchina può imparare da ciò che può legittimamente leggere senza appropriarsi dell’opera che ha letto? È su questo equilibrio”, conclude Billi, “che si giocherà una parte importante della competitività tecnologica europea nei prossimi anni”. (aise)