La cittadinanza non è un passaporto: tra automatismo e chiusura esiste una potenziale terza via – di Flavio Bellinato

SANTO DOMINGO\ aise\ - Durante l'ultimo anno il dibattito sulla cittadinanza italiana è tornato prepotentemente al centro dell'attenzione pubblica, soprattutto a seguito delle recenti modifiche legislative che hanno interessato il riconoscimento della cittadinanza per i nati all'estero.
Prima di entrare nel merito della questione, ritengo necessaria una precisazione. Le riflessioni che seguono riguardano esclusivamente la cittadinanza italiana trasmessa per discendenza (ius sanguinis). Non riguardano in alcun modo lo ius soli, al quale mi sono sempre dichiarato contrario, né le ordinarie procedure di acquisizione della cittadinanza per naturalizzazione.
Si tratta di due temi profondamente diversi, che meritano di essere affrontati separatamente.
La questione che intendo affrontare riguarda milioni di persone nel mondo che discendono da emigrati italiani e che, spesso da generazioni, continuano a mantenere un forte legame con l'Italia attraverso la famiglia, la cultura, la lingua, l'associazionismo, le proprie radici e i rapporti costruiti nel tempo con il nostro Paese.
Per troppo tempo il dibattito pubblico si è sviluppato come se esistessero soltanto due possibili alternative.
Da una parte vi è chi sostiene la trasmissione automatica e illimitata della cittadinanza, indipendentemente da qualsiasi valutazione sul rapporto effettivo con l'Italia.
"Se hai sangue italiano, sei italiano" è probabilmente lo slogan più conosciuto di questa impostazione, particolarmente diffusa in alcune realtà dell'emigrazione storica, soprattutto in Sud America, e promossa politicamente soprattutto dal MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero).
Dall'altra parte vi è invece la convinzione, fatta propria dall'attuale Governo attraverso la recente riforma della cittadinanza, secondo cui il trascorrere di un numero limitato di generazioni, il possesso di una seconda cittadinanza da parte dei genitori o dei nonni e la loro mancata nascita o residenza in Italia prima della nascita dei figli siano elementi sufficienti per interrompere, del tutto o parzialmente, il legame con il nostro Paese.
Personalmente non condivido pienamente nessuna di queste due posizioni. Credo che entrambe colgano soltanto una parte del problema.
Da un lato è difficile sostenere che la cittadinanza debba continuare a trasmettersi automaticamente all'infinito, senza alcuna verifica del rapporto con la comunità nazionale italiana.
Dall'altro è altrettanto difficile sostenere che il semplice trascorrere di più generazioni sia sufficiente per cancellare storie familiari, identità culturali e legami che, in moltissimi casi, continuano a vivere con straordinaria forza anche dopo decenni. La realtà delle comunità italiane nel mondo dimostra quotidianamente il contrario.
Vorrei fare un esempio personale. Paradossalmente, il figlio di mio figlio, nato all'estero, potrebbe non avere un diritto automatico alla cittadinanza italiana perché, anni fa, ho deciso di acquisire per naturalizzazione la cittadinanza del Paese che da quasi trent'anni mi ospita.
Poco importa se mio nipote parlerà italiano. Poco importa se erediterà un'attività di famiglia costruita attorno alla promozione e alla distribuzione di prodotti italiani all’estero. Poco importa se crescerà respirando cultura italiana, mantenendo vivi i rapporti con i propri familiari in Italia e sviluppando un forte senso di appartenenza alle proprie radici. Secondo l'attuale impostazione normativa, tutto questo potrebbe non essere sufficiente.
Eppure la realtà delle comunità italiane all'estero racconta una storia molto diversa. Esistono famiglie che, pur vivendo fuori dall'Italia da più generazioni, continuano a parlare la nostra lingua, a promuovere la nostra cultura, a frequentare associazioni italiane, a mantenere rapporti con parenti residenti in Italia, a investire nel nostro Paese, a visitarlo regolarmente e a trasmettere ai propri figli un profondo senso di appartenenza alla propria origine italiana. Molte di queste persone oggi si vedono private della possibilità di trasmettere automaticamente la cittadinanza ai propri figli.
E lo affermo anche sulla base di un'esperienza vissuta personalmente. Nei momenti più difficili per la presenza italiana nella Repubblica Dominicana, furono proprio numerose famiglie italo-discendenti a difendere con maggiore determinazione l'onore e gli interessi dell'Italia. Mi riferisco alla vicenda della chiusura dell'Ambasciata d'Italia a Santo Domingo.
Una decisione che provocò una mobilitazione senza precedenti e che trasformò una piccola comunità italiana dei Caraibi in uno dei principali temi del dibattito politico degli italiani all'estero. Quella battaglia coinvolse parlamentari, associazioni e cittadini, fino ad arrivare davanti al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, dove lo Stato italiano fu sconfitto.
È difficile sostenere che persone capaci di un simile attaccamento possano essere considerate semplicemente dei richiedenti di un passaporto. Ridurre queste persone alla categoria di semplici "richiedenti di un passaporto" è, a mio avviso, ingiusto e profondamente sbagliato.
Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che negli ultimi decenni si siano sviluppati fenomeni di utilizzo puramente strumentale della cittadinanza italiana. Esistono infatti persone che non parlano la nostra lingua, non conoscono la nostra storia, non mantengono alcun rapporto con il nostro Paese e non manifestano alcun interesse verso la comunità nazionale italiana, ma che vedono nella cittadinanza esclusivamente l'opportunità di ottenere un passaporto dell'Unione Europea.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, si trova il vero nodo della questione.
La cittadinanza non può essere interpretata esclusivamente come il rilascio di un documento di viaggio. Non può essere ridotta a uno strumento di mobilità internazionale. Non può trasformarsi in una semplice opportunità amministrativa.
La cittadinanza rappresenta qualcosa di molto più profondo. Rappresenta il riconoscimento di un'appartenenza. Di una storia. Di un'identità. Di una comunità nazionale. Per questo motivo ritengo che la cittadinanza italiana debba conservare una propria sacralità. Non in senso religioso. Ma nel senso più alto del termine.
Essa rappresenta il riconoscimento formale di un legame con la Nazione italiana, con la sua storia, la sua cultura, la sua lingua e i valori che, da secoli, caratterizzano il nostro popolo. È proprio questa sacralità che impone allo Stato il dovere di proteggerla da ogni forma di banalizzazione.
Da un lato evitando che diventi un semplice "passaporto di convenienza".
Dall'altro evitando che venga negata a persone che, pur vivendo all'estero da generazioni, continuano a sentirsi profondamente italiane.
Per questo motivo ritengo che il vero obiettivo non debba essere né restringere indiscriminatamente l'accesso alla cittadinanza né mantenerne una trasmissione completamente automatica e priva di qualsiasi verifica.
L'obiettivo dovrebbe essere un altro.
Preservarne il valore. Difenderne il prestigio. Garantire che continui a rappresentare il riconoscimento di un autentico legame con la Nazione.
Naturalmente individuare criteri oggettivi per misurare questo legame non è semplice. Anzi, probabilmente rappresenta una delle sfide più complesse che il legislatore possa affrontare. Tuttavia, il fatto che sia difficile non significa che sia impossibile.
L'ostacolo principale consiste proprio nell'individuare elementi oggettivi che possano concorrere a dimostrare l'esistenza di un rapporto concreto con l'Italia.
Una semplice residenza di due anni consecutivi in Italia, facilmente strumentalizzabile, oppure l'obbligo imposto a un genitore o a un nonno di rinunciare a una seconda cittadinanza acquisita nel tempo, come nel mio caso personale, rappresentano criteri che ritengo eccessivamente limitativi.
La vera sfida consiste nel costruire un sistema capace di valutare il legame nella sua complessità. La conoscenza della lingua italiana. Il mantenimento di rapporti familiari con il nostro Paese. La partecipazione alla vita delle comunità italiane all'estero. L'impegno nell'associazionismo. La promozione della cultura italiana. L'attività imprenditoriale e commerciale legata all'Italia. La frequenza con cui si visita il territorio nazionale.
Sono tutti elementi che, presi singolarmente, probabilmente non bastano. Ma valutati nel loro insieme potrebbero contribuire a restituire un'immagine molto più fedele del rapporto reale che una persona mantiene con l'Italia.
Non si tratta di trasformare la cittadinanza in una concessione discrezionale. Si tratta piuttosto di trovare un punto di equilibrio tra il diritto derivante dalla discendenza e la necessità di preservare il significato stesso dell'appartenenza alla comunità nazionale.
Lo ius sanguinis merita di essere difeso. Non soltanto perché rappresenta uno dei pilastri storici dell'identità italiana. Ma perché racconta la storia di milioni di famiglie che hanno contribuito a diffondere l'Italia nel mondo.
Difenderlo, tuttavia, non significa rinunciare a una riflessione seria su come mantenerlo vivo e credibile anche per le generazioni future. Significa evitare che venga ridotto a un semplice fattore biologico legato esclusivamente al DNA.
Da questo punto di vista ritengo particolarmente interessante, ad esempio, il modello portoghese della Lei da Nacionalidade. Pur perseguendo un obiettivo molto simile a quello dichiarato dalla recente riforma italiana (contrastare gli abusi e i cosiddetti "passaporti di convenienza") adotta strumenti giuridici che, a mio avviso, risultano maggiormente orientati alla verifica del legame effettivo con la comunità nazionale.
Forse è proprio questo il terreno sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito. Non contrapporre ideologicamente chi difende lo ius sanguinis a chi ritiene necessarie alcune limitazioni, ma domandarsi come sia possibile distinguere, in maniera il più possibile oggettiva, chi cerca soltanto un documento da chi, invece, chiede il riconoscimento di un'identità che continua a vivere all'interno della propria famiglia da generazioni.
L'Italia possiede una delle più grandi diaspore al mondo. Milioni di persone continuano ogni giorno a promuovere il nostro Paese attraverso il lavoro, l'impresa, la cultura, la ricerca, il commercio, il turismo e le relazioni internazionali. Non sono un problema da gestire. Sono una risorsa strategica da valorizzare.
Per questo motivo ritengo che il dibattito sulla cittadinanza debba uscire dalla logica degli slogan e delle contrapposizioni ideologiche.
Tra la posizione di chi ritiene sufficiente il solo sangue e quella di chi affida la perdita del diritto a una serie di condizioni giuridiche che non sempre riflettono il reale rapporto con l'Italia, credo possa esistere una terza via.
Non sarà la strada più semplice. Probabilmente non sarà nemmeno la più popolare. Ma potrebbe essere quella più giusta. Una strada fondata sul buon senso. Una strada che riconosca il valore dello ius sanguinis senza dimenticare che la cittadinanza, prima ancora di essere un diritto, rappresenta il riconoscimento di un'appartenenza a una comunità nazionale, culturale e storica che continua a vivere ben oltre i confini della Repubblica. (flavio bellinato*\aise)
* Italiani Oltreconfine