La Repubblica oltreconfine: il voto, la rappresentanza, la distanza - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - La legge elettorale approvata al Senato torna ora alla Camera, chiamata a pronunciarsi in via definitiva su un testo che non disciplina soltanto il procedimento del voto, ma propone una precisa idea della democrazia, della rappresentanza e del rapporto tra cittadini e istituzioni.
Ogni legge elettorale, infatti, è molto più di un congegno tecnico per trasformare voti in seggi. È una mappa del potere: stabilisce chi può scegliere, quanto possa scegliere, quali voci dispongano di effettiva capacità di incidere e quali, invece, rischino di essere ricondotte a una presenza puramente formale. Per questo il dibattito non dovrebbe fermarsi alla parola, certamente suggestiva, di “stabilità”. Dovrebbe interrogarsi su quale stabilità si voglia costruire e a quale prezzo rappresentativo.
Il disegno approvato da Palazzo Madama, non a caso ribattezzato “Stabilicum”, muove da un intento dichiaratamente ambizioso: combinare una struttura proporzionale con un premio di governabilità, attenuare la frammentazione parlamentare, offrire alle maggioranze una base più sicura, restituire agli elettori una quota di scelta attraverso le preferenze. Sono obiettivi comprensibili. Dopo una lunga stagione di leggi elettorali provvisorie, correttivi, interventi della giurisprudenza costituzionale e instabilità politica, il bisogno di regole chiare e durevoli non può essere liquidato come un’esigenza secondaria.
Ma la stabilità, se non è accompagnata da una rappresentanza effettiva, rischia di ridursi alla stabilità degli apparati. E la partecipazione, se è circoscritta entro margini già definiti dalle segreterie dei partiti, può diventare una liturgia democratica: formalmente inclusiva, sostanzialmente condizionata.
La preferenza dopo la scelta
La modifica più visibile introdotta dal Senato è il ritorno delle preferenze. L’elettore potrà esprimerne fino a tre, nel rispetto dell’alternanza di genere. Si tratta, in astratto, di un passo nella direzione di un rapporto più diretto fra cittadino e candidato: non soltanto il simbolo, non soltanto la lista, ma anche la persona.
Eppure la libertà di scegliere comincia soltanto dove nessuno sia stato sottratto alla scelta.
Il testo conserva la figura del capolista bloccato. Il primo candidato, designato dal partito, non entra nella gara delle preferenze e mantiene una priorità nell’assegnazione del seggio. Se la lista ottiene un solo eletto nel collegio, quel seggio spetta al capolista, anche nell’ipotesi in cui un altro candidato abbia raccolto un consenso personale assai più ampio.
Le preferenze riaprono, dunque, una fessura nelle liste bloccate, ma non restituiscono integralmente agli elettori il potere di comporre la rappresentanza. Il cittadino può decidere la graduatoria successiva, non il primo ingresso. È una partecipazione condizionata: più significativa della lista completamente bloccata, ma lontana dalla pienezza di una scelta autenticamente libera.
Nella democrazia rappresentativa, l’ordine dei candidati non è un dettaglio tipografico. È già una forma di potere. Chi stabilisce il primo nome decide spesso il confine tra eleggibilità e irrilevanza.
Il governo della soglia
L’altra architrave della riforma è il premio di maggioranza, riconosciuto alla lista o alla coalizione che superi il 42 per cento dei voti. L’obiettivo è assicurare una maggioranza solida, sottraendo il governo alla precarietà dei numeri parlamentari e al potere di interdizione delle forze minori.
La governabilità è un valore. Nessun Paese può affrontare le proprie sfide — economiche, internazionali, sociali, ambientali — con istituzioni permanentemente incerte e governi incapaci di decidere. Tuttavia, nessun premio è neutro. Ogni seggio aggiuntivo attribuito a una forza politica modifica il rapporto tra consenso ricevuto e potere esercitato.
Si tratta di una scelta che può essere legittima, purché non venga nascosta dietro l’apparenza dell’automatismo. La governabilità non è il prodotto naturale della democrazia; è una sua correzione. E, come tutte le correzioni, deve essere bilanciata con attenzione, proporzionata al consenso e compatibile con il principio fondamentale per cui il Parlamento è la sede della pluralità nazionale.
Una maggioranza davvero stabile non si misura soltanto nella sua consistenza numerica. Si misura nella qualità del consenso che la sostiene, nella riconoscibilità degli eletti, nella trasparenza della loro selezione, nella fiducia che essi sono in grado di generare. Altrimenti l’efficienza può diventare distanza e la stabilità può tradursi in estraneità.
L’Italia oltreconfine
È però sul voto degli italiani all’estero che la riforma rivela le criticità più acute. Qui non si discute di una materia laterale, né di una concessione simbolica a una comunità collocata fuori dal territorio nazionale. Si discute di cittadinanza, di appartenenza e della capacità della Repubblica di riconoscere sé stessa oltre i propri confini.
L’Italia è una nazione che ha conosciuto una delle più grandi, complesse e durature esperienze migratorie dell’età contemporanea. Milioni di uomini e donne hanno portato lingua, lavoro, cultura, associazionismo, impresa e memoria italiana in Europa, nelle Americhe, in Australia, in Africa e in Asia. Le comunità italiane nel mondo non rappresentano un residuo della storia nazionale: costituiscono una delle sue presenze più vitali e, nel tempo presente, una componente essenziale della proiezione internazionale del Paese.
La riforma, tuttavia, sceglie di accorpare la Circoscrizione Estero in due grandi aree per la Camera — Europa ed extra-Europa — e in un’unica area per il Senato. Si parla di razionalizzazione. Ma la semplificazione amministrativa non coincide necessariamente con la qualità della rappresentanza.
Europa ed extra-Europa sono formule geografiche, non comunità politiche. E l’“extra-Europa”, in particolare, è una definizione che rischia di cancellare nel medesimo contenitore esperienze lontanissime: il giovane professionista italiano che vive a Bruxelles o Berlino; la famiglia di antica emigrazione in Argentina o Brasile; l’imprenditore radicato in Nord America; le comunità storiche di Australia e Sudafrica; i nuovi cittadini italiani che vivono in Asia e Medio Oriente. Realtà diverse per storia, consistenza, lingua, condizioni sociali, bisogni previdenziali, fiscali e consolari non possono essere ridotte senza conseguenze a una sola geografia elettorale.
Rappresentare non significa collocare milioni di cittadini nella stessa casella. Significa riconoscerne le differenze e creare le condizioni perché possano essere politicamente espresse.
L’eguaglianza della voce
L’articolo 48 della Costituzione afferma che il voto è personale ed eguale. Ma l’eguaglianza non si esaurisce nella disponibilità materiale di una scheda. Si misura nella possibilità concreta di conoscere i candidati, di far emergere nuove leadership, di partecipare a una competizione non dominata soltanto dalle strutture più forti, di mantenere una relazione effettiva tra chi elegge e chi viene eletto.
Il voto estero soffre già di una doppia sproporzione: numerica e territoriale. Numerica, perché a una comunità vastissima corrisponde un contingente molto limitato di rappresentanti. Territoriale, perché collegi enormi e dispersi su più continenti indeboliscono, inevitabilmente, la relazione tra mandato ed elettorato.
La scelta del Senato rischia di aggravare questa condizione. Un collegio che attraversa oceani, ordinamenti, fusi orari e contesti sociali non è soltanto più esteso: è più distante. Finisce per favorire chi dispone di organizzazioni consolidate, risorse economiche, notorietà e reti associative robuste; rende invece più difficile l’accesso delle candidature nuove, delle generazioni più giovani, delle comunità più piccole e delle voci meno strutturate.
Il cittadino italiano residente all’estero non domanda un privilegio. Chiede che la distanza geografica non si trasformi in una distanza democratica.
Una Repubblica senza periferie
La Camera ha ora l’occasione di intervenire non soltanto per chiudere un iter parlamentare, ma per restituire coerenza costituzionale a una riforma che incide direttamente sulla qualità della nostra vita democratica.
Occorre domandarsi se il premio di maggioranza sia calibrato in modo da non distorcere oltre misura il consenso; se le preferenze siano realmente in grado di restituire potere all’elettore; se il capolista bloccato sia compatibile con l’obiettivo, dichiarato, di rafforzare il legame fra eletti ed elettori. E occorre soprattutto chiedersi se sia accettabile che la rappresentanza degli italiani nel mondo venga ulteriormente compressa in collegi troppo ampi, generici e diseguali.
L’Italia non finisce alle sue frontiere. Continua nelle famiglie, nelle associazioni, nelle imprese, nelle università, nelle scuole, nella lingua tramandata da generazioni, nelle reti professionali e culturali che uniscono il Paese al resto del mondo. Continua nelle comunità che hanno conservato l’Italia anche quando l’Italia, talvolta, ha faticato a ricordarsi di loro.
La Repubblica non dovrebbe rivolgersi a queste donne e a questi uomini soltanto nei giorni delle celebrazioni, nelle ricorrenze dell’emigrazione o nella retorica della “grande comunità italiana nel mondo”. Dovrebbe riconoscerli pienamente nel luogo più alto della sovranità: la rappresentanza parlamentare.
La stabilità non può essere costruita sacrificando la pluralità. E una legge elettorale sarà davvero solida soltanto se saprà ridurre, non accrescere, la distanza tra istituzioni e cittadini. Anche — e soprattutto — quando quei cittadini vivono oltreconfine. (gianni lattanzio*\aise)
* Presidente di Confassociazioni International