In Limbo: un’oasi di fraternità fra europei in Uk

ROMA\ aise\ - Fare rete. Restare uniti. Rivendicare i propri diritti. Perché siamo “solo all’inizio” di uno “tsunami di problemi” legati alla Brexit, e oggi ancora di più, è forte la necessità di “difendere la comunità di cittadini europei che risiedono nel Regno Unito”, che d’un tratto si sono ritrovati “stranieri a casa loro”.
Questo, in sintesi, il messaggio che il deputato di Italia Viva eletto in Europa, Massimo Ungaro, ha voluto lanciare questo pomeriggio dalla Camera dei Deputati, dove ha ospitato la presentazione de “In Limbo”, libro e progetto di Elena Remigi focalizzato sugli europei in Uk e che ha creato quella che l’autrice spiega come “un’oasi di fraternità” fra cittadini europei. Un messaggio rivolto agli organi amministrativi e politici d’Italia, d’Europa e anche britannici, coadiuvato ed appoggiato dagli altri ospiti che hanno animato il dibattito con l’autrice e fondatrice del progetto, tutti esponenti della comunità europea (e italiana in particolare) in Uk: Anna Cambiaggi, dell’Associazione “Famiglie Unite in Uk”, Dimitri Scarlato, dell’associazione “3million”, e Roger Casale, già europarlamentare e attuale leader di “New Europeans”.
“In Limbo” ha uno scopo ben preciso, sapientemente spiegato dall’autrice non appena presa parola: “portare le istanze dei cittadini europei in Uk e raccontare il costo umano della Brexit”. E lo fa attraverso le storie di questi cittadini, raccolte dal 2016 ad oggi. Una vastità di cittadini molto variegata, di tutte le età, da bambini ad anziani, che informa riguardo le condizioni di stallo in cui questi si trovano. Narra delle conseguenze di questa terra di mezzo in cui si sono ritrovati, bloccati in un Paese che all’improvviso non solo li ha reputati ostili (“ci rubano il lavoro” uno dei titoli di giornali durante la campagna referendaria del 2016), ma ne ha anche limitato di molto i diritti.
Il libro è diviso in due parti, “chi lascia” e “chi resta”. Molti dei cittadini europei di cui ha parlato Remigi durante la presentazione, infatti, sono stati costretti, chi per errori burocratici, chi per paura, chi per prevenzione sanitaria legata ad una gestione della pandemia incoerente, ad abbandonare le proprie case. Ad abbondonare la propria vita. Magari a perdere il proprio lavoro. Dopo il “lungo e tormentato divorzio” tra Unione Europea e Regno Unito, e le promesse disattese del premier Boris Johnson, che aveva assicurato un trattamento non diverso dal normale per i cittadini Ue in Uk quando la Brexit sarebbe stata attuata definitivamente, gli europei in terra britannica hanno osservato il clima nei loro confronti cambiare, trasformandosi in un “clima sempre più ostile”. Hanno accusato la “perdita dell’identità di cittadini, sentendosi all’improvviso ospiti”. Una domanda gli europei si sono fatti principalmente in questi anni, che si evince dal libro: “Dov’è casa?”.
Chi ha lasciato non è rimasto in un “limbo”, ma ha preferito lasciare la propria casa. E di casi del genere ce ne sono stati tantissimi, di cui ha accennato Remigi e di cui si parla nel libro: dal medico tedesco che è un “immigrato buono” in quanto medico (uno dei punti per classificare gli immigrati è la condizione lavorativa), al quale si dice di “non preoccuparsi perché i medici possono restare” (“ma che succederebbe se non potessi più esercitare per qualsiasi motivo?”), all’immigrato cattivo, che possono essere anche dei senza tetto, o chi ha perso il lavoro, o addirittura gli studenti, che adesso non possono neanche più godere dell’Erasmus. Poi ci sono anche i “figli del divorzio”, bambini di coppie “miste” (fra europei e britannici) per il quale adesso e nel futuro sarà sempre più complicato entrare e uscire dal Paese della Regina. Leonardo, ad esempio, 12enne italiano, è uno di questi e scrive, nella sua poesia all’interno del libro: “quando giunse il risultato ero diventato l’altro”.
E poi ci sono le storie di chi è restato: persone che per rimanere nella propria “casa” non sono volute o potute rientrare dalle proprie famiglie in altri Paesi per paura dell’impossibilità di rientro in Uk, o per paura della detenzione. Chi si è sentito umiliato dovendo “fare domanda per restare a casa propria” ma senza possedere documenti fisici. Il Settled Status è infatti solo digitale. E questo comporta un’enorme quantità di problemi. Da giugno è diventato obbligatorio per i cittadini europei, e molti ancora non ne erano a conoscenza, al tempo come oggi. “Non funziona”, ha spiegato Remigi. Gli europei prima sono stati trattati da “pedine” di scambio durante le negoziazioni, e ora si sono ritrovate ad essere “l’unico gruppo fisico legato a un codice (che il Settled Status deve generare)”. Un codice, e non un documento, che tra l’altro è solo digitale, e dunque esclude chi, per questione d’età o di incapacità o impossibilità, non è avvezzo alla tecnologia.
Per questo il libro e il progetto sono così importanti: perché di problemi continueranno a sorgerne, tanti e di nuovi (fra 5 anni bisognerà rinnovare il Settled Status), e bisogna dunque “tenere alta l’attenzione”. Inoltre, di fatto, ha fatto sorgere ancora di più un “sentimento di solidarietà fra gli europei” e “In Limbo” è diventata “una piccola Europa” che giorno dopo giorno ha mostrato di poter essere “quell’oasi di fraternità” necessaria.
Anche Scarlato, che l’On. Ungaro ha definito “una colonna della comunità italiana in Uk”, entrando più nello specifico di diverse situazioni, si è detto assai preoccupato per il futuro. “L’emigrazione è variegata e molti non conoscono quali siano i propri diritti”. Cambiaggi, da par suo, ha invece riscontrato come ad oggi molte famiglie continuino ad iscriversi nel suo gruppo Facebook, mostrando come il tema sia tutt’altro che alla fine. “Chiediamo alla politica e alle istituzioni di non essere dimenticati” ha detto riferendosi anche al milione e mezzo di cittadini britannici residenti in Europa. E infine Roger Casale, leader di New Europeans, che ha spiegato come gli europei siano stati “buttati in un mare d’ansia”, ipotizzando un futuro ancora assai complicato e chiedendosi “cosa dobbiamo fare?”: “proteggere i diritti dei cittadini europei” cercando “consenso”. Quest’ultimo è necessario, secondo lui, per portare “alla normalità”.
In conclusione, Ungaro ha voluto aggiungere qualche nota politica al dibattito chiedendosi cosa fare per difendere i cittadini europei in Uk: primo, “elezioni amministrative. Trovare un accordo bilaterale come hanno fatto Regno Unito e Spagna, che dà la possibilità di votare alle elezioni amministrative nel Regno Unito e viceversa. Dobbiamo farlo anche noi”; secondo “chiedere un fisical support fisso che possa aiutare chi è in difficoltà a trovare lavoro e case”; tre “continuare a denunciare le detenzioni ingiuste dei nostri concittadini”; quattro, “tenere alta l’attenzione e restare uniti”.
“Serve uno sforzo collettivo continuo, costante, per lottare per i propri diritti, anche se ora “siamo in una selva oscura”, usciremo a “riveder le stelle””, ha concluso l’autrice de In Limbo, acquistabile sul sito inlimboproject.org(l.m.\aise)