Comunità italiana/ Guerra e pace: contro la legge del più forte occorre rilanciare il dialogo – di Fabio Porta

ROMA\ aise\ - “Costruire la pace nel "disordine globale" significa restituire alla parola pace il suo pieno significato costituzionale e politico. Non parliamo di un'aspirazione generica, ma di un criterio che fonda e orienta la nostra Repubblica. L’articolo 11 della Costituzione afferma che l'Italia ''ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", e in queste due righe è racchiusa un'intera concezione della pace: il rifiuto della guerra, il primato del diritto, la fiducia nella cooperazione internazionale come via per coniugare sovranità, pace e giustizia”. Inizia così il pezzo che Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sud America, ha pubblicato in queste ore su “Comunità italiana”, mensile diretto da Pietro Petraglia a Rio de Janeiro.
“Viviamo, tuttavia, in una fase storica in cui questi principi appaiono sotto attacco. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, le tensioni che attraversano l'Asia, il logoramento di alcuni meccanismi multilaterali nati nel secondo dopoguerra, sembrano rimettere in discussione proprio ciò che la Costituzione indicava come orizzonte: la possibilità che le controversie internazionali siano affrontate e composte attraverso il diritto e il dialogo, e non attraverso la forza. Siamo di fronte a un paradosso: mai come oggi l'interdipendenza tra i popoli è stata così evidente e mai come oggi è tornata potente la tentazione di rispondere all'insicurezza con nuove forme di chiusura, di riarmo, di contrapposizione frontale. È in questo scenario che la responsabilità della politica viene messa alla prova: come declinare, in condizioni così mutate, il ripudio costituzionale della guerra, senza cadere né nel disarmo unilaterale, né in una rassegnata accettazione della guerra come "necessità" inevitabile?
La tradizione democratica italiana ha sviluppato una concezione della pace che non è semplice assenza di guerra, ma costruzione paziente di "convivenza", di fraternità tra i popoli, di ponti tra le civiltà. Giorgio La Pira - Sindaco di Firenze, costituente, "artigiano di pace" - amava ripetere che "la politica è l'arte difficile del bene comune" e che "la guerra è l’atto di accusa più grave contro la politica". In una delle sue intuizioni più profonde, ricordava che "la pace è il nome nuovo della giustizia": non c'è pace vera dove i rapporti tra gli Stati e tra i popoli sono segnati da ingiustizia strutturale, da esclusione, da sfruttamento. Non basta interrompere le ostilità: occorre affrontare le cause che le hanno generate, le ferite che le alimentano, le diseguaglianze che le rendono sempre pronte a riaccendersi.
Se assumiamo sul serio questo sguardo, comprendiamo che il dialogo non è un lusso per tempi tranquilli, ma una necessità nei tempi di crisi. Dialogare significa accettare divaricare confini politici, culturali, religiosi; significa riconoscere che l’altro non è riducibile alla caricatura del "nemico"; significa tenere aperti canali di comunicazione anche quando le opinioni pubbliche chiedono semplificazioni, schieramenti netti, parole d'ordine.
Alla politica oggi viene chiesto un duplice esercizio di responsabilità. Il primo è di natura culturale: contrastare la banalizzazione della guerra, la sua rappresentazione come "normalità" nei rapporti internazionali, la rassegnazione cinica che considera la pace un'ingenua aspirazione. Il secondo è di natura pratica: vigilare perché le nostre decisioni non contraddicano il ripudio costituzionale della guerra, ma si iscrivano, per quanto è possibile, nella logica di un ordinamento che "assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni". È un compito che non possiamo svolgere da soli: richiede il dialogo con il mondo della ricerca, con la diplomazia, con le organizzazioni della società civile, con le comunità religiose. Un dialogo necessario, anche quando tutto può sembrare perduto.
Sempre La Pira ci ricordava che "la storia è, in ultima analisi, una marcia verso la pace", anche attraverso crisi, conflitti e arretramenti. Non si tratta di ottimismo ingenuo, ma di una responsabilità che ci riguarda tutti: la pace non è mai garantita, va costruita, difesa, ripensata ogni volta che il disordine globale sembra travolgere le nostre istituzioni e le nostre coscienze”. (aise)