Corriere canadese/ Tra montagne ancestrali e nuovi orizzonti: il “viaggio” artistico di KinRossArt – di Marzio Pelu


TORONTO\ aise\ - “Tra mare e montagne, movimento e quiete, caos e silenzio — è qui che Alberto Galeotti, conosciuto come KinRossArt, ha trovato la sua voce. Nato a Massa, una piccola città toscana incastonata tra il Mar Mediterraneo e le Alpi Apuane, e oggi residente a Toronto, Alberto plasma la sua arte all’incrocio tra le radici italiane e la libertà canadese: paesaggi interiori trasformati in gesti fluidi, colori che parlano di tensione e armonia, di caos e calma. Ogni dipinto è un momento sospeso, una soglia tra attesa e azione, tra il familiare e l’ignoto”. Ad intervistare l’artista è stato Marzio Pelu sul “Corriere canadese”, quotidiano diretto a Toronto da Francesco Veronesi.
“Un’esperienza che si può vivere visitando la mostra collettiva “Territories: Journey — Crossings Through Place”, attualmente in esposizione al Cloverdale Common, Cloverdale Mall, 250 The East Mall, a Etobicoke (Toronto), dal mercoledì al sabato, dalle 10 alle 17, fino al 5 marzo. Nella mostra, organizzata da Arts Etobicoke, Alberto presenta due opere (Threshold of Shadow e Rise of the Quiet) che fanno parte di un trittico più ampio intitolato Via Lucis, in cui trasforma spazi quotidiani in palcoscenici di scoperta e trasformazione, invitando il pubblico a fermarsi, osservare più da vicino e sentire.
In occasione di questa esposizione, lo abbiamo incontrato nel suo studio al 222 Islington Avenue, Etobicoke, per esplorare il suo mondo, dove ogni gesto senza pennello diventa linguaggio, memoria e dialogo con chi entra in relazione con le sue opere.
D. Può raccontarci le sue origini e come hanno plasmato la sua identità artistica?
R. L’ambiente conta. Il DNA conta. Siamo plasmati da ciò che vediamo molto prima di saperlo nominare. Crescendo tra il mare e le Alpi Apuane, sei costantemente circondato dalla bellezza senza nemmeno chiederlo. Cave di marmo, scultori al lavoro, l’arte come qualcosa di vissuto e non semplicemente visitato. Tutto questo si insinua silenziosamente. Anche qualcosa di semplice come osservare il Mediterraneo cambiare ogni giorno, o voltarsi e vedere le montagne così vicine da sembrare protettive, ti insegna lo spazio. L’equilibrio. La coesistenza di misura e caos.
D. Come ha influenzato il suo lavoro il trasferimento in Canada?
R. Per me, trasferirmi in Canada non è stata una rottura con ciò che ero, ma un’espansione. La libertà qui, geografica e culturale, mi ha permesso di crescere e trovare la mia voce come artista. C’è spazio per sperimentare, per connettersi tra culture diverse, per evolvere. Questo senso di apertura continua a plasmare il mio lavoro ogni giorno.
D. Come descriverebbe il suo lavoro?
R. La mia pratica è radicata nell’astrazione e nella fluidità. Utilizzo tecniche miste e principalmente acrilici di alta qualità, combinati con medium che permettono al colore di muoversi. Non uso pennelli tradizionali. Il lavoro è guidato dal gesto. Questo è centrale nel mio modo di dipingere.
D. Intenzione e imprevedibilità hanno un ruolo?
R. Per me conta l’intenzione. Man mano che sviluppo un corpus di opere, affino le tecniche e acquisisco controllo su come si comporta il colore. Direi che controllo circa l’ottanta per cento del dipinto. Il restante venti per cento appartiene all’imprevedibilità. Gravità, movimento e materiali giocano un ruolo. È questo equilibrio tra controllo e abbandono che mantiene viva l’opera. Anche l’imprevedibilità diventa parte dell’intenzione. È così che traduco un momento, una sensazione o un’idea in qualcosa che possa risuonare negli altri.
D. Può spiegarci i temi di “Via Lucis”?
R. I temi del territorio, dell’attraversamento e della transizione emergono con chiarezza nelle opere che presento in “Territories”. I due lavori esposti fanno parte di un trittico più ampio intitolato Via Lucis. La serie si ispira alla Divina Commedia di Dante Alighieri, ma non in senso letterale. Per me è una metafora del viaggio che ognuno di noi attraversa: movimento, incertezza, arrivo e trasformazione. Sono esperienze universali.
D. In che modo la vita a Toronto influenza il suo lavoro?
R. Vivendo e lavorando a Etobicoke, mi muovo costantemente tra ambienti diversi. Gli stessi percorsi, le stesse strade, gli stessi spazi, ripetuti ogni giorno. All’inizio quegli spazi sembrano estranei. Con il tempo inizi a notare i dettagli. Il ritmo cambia. Arriva un momento in cui lo spazio non è più esterno: gli appartieni. Questo senso di appartenenza graduale è centrale nel mio lavoro.
D. Cosa significa per Lei questa prima mostra a Toronto?
R. Un’opportunità per essere più presente nella comunità in cui vivo e lavoro. Quel senso di appartenenza per me è importante. Ciò che trovo più appagante ora è il dialogo con il pubblico, con altri artisti e con persone di ambiti diversi. Feedback, domande, curiosità: questi scambi plasmano il lavoro tanto quanto il tempo trascorso in studio. Anche la sperimentazione è fondamentale. Non pongo confini alla mia pratica. Sono aperto a nuovi materiali, nuovi formati e collaborazioni oltre il mondo dell’arte tradizionale.
D. Cosa spera per il futuro del suo lavoro?
R. Guardando avanti, desidero che il mio lavoro parli a un pubblico più ampio. Eventualmente internazionale, ma prima voglio continuare a crescere in Canada. La risposta che ho ricevuto qui è stata generosa e attenta, e questo per me ha grande valore. L’espansione, per me, deve nascere dalla profondità, non dalla velocità.
D. Che cos’è l’arte per Lei?
R. Nel suo nucleo, l’arte è un linguaggio. Molto prima delle parole, era un modo per trasmettere memoria, cultura ed esperienza. Per me il dialogo può avvenire attraverso colore, gesto e spazio. Quando un collezionista sceglie di vivere con una mia opera, quel dialogo si approfondisce ulteriormente. Diventa uno scambio continuo”. (aise)