ItaloAmericano.org/ Francesca Casadio: la scienziata italiana che protegge l’arte del mondo – di Silvia Nittoli

Imaging Department, Art Institute of Chicago

SAN FRANCISCO\ aise\ - “L’italiana Francesca Casadio è stata nominata direttrice del Getty Conservation Institute, un incarico che segna non solo un nuovo inizio ma anche il compimento di un percorso iniziato oltre vent’anni fa. Nel 2002 arrivò negli Stati Uniti come graduate intern proprio al Getty, prima di costruire una carriera all’Art Institute of Chicago, dove ha fondato il laboratorio di ricerca scientifica del museo e, dal 2018, ha diretto il dipartimento di Conservation and Science”. Ad intervistarla è stata Silvia Nittoli per l’ItaloAmericano.org, diretto da Simone Schiavinato.
“Dal prossimo settembre tornerà a Los Angeles con un ruolo di leadership e con una convinzione che accompagna tutta la sua carriera: la conservazione non serve soltanto a preservare le opere d’arte, ma a renderle davvero accessibili alle generazioni presenti e future.
“Tornare qui come direttrice è motivo di grande orgoglio. Allo stesso tempo rappresenta un trampolino di lancio eccezionale. È un’istituzione leader nel settore, con enormi potenzialità, e poter contribuire a disegnarne il futuro mi riempie di grande soddisfazione”.
Laureata e dottorata in Chimica all’Università degli Studi di Milano, con esperienze di ricerca al CNR e al Politecnico di Milano, Casadio è oggi tra le maggiori esperte internazionali nell’applicazione delle scienze alla conservazione del patrimonio culturale.
Per chi non lo sapesse, il Getty Conservation Institute è una delle organizzazioni più influenti del suo genere a livello mondiale. Nel corso dei decenni il Getty Conservation Institute è diventato un punto di riferimento internazionale anche per lo sviluppo di metodologie e buone pratiche nella conservazione del patrimonio culturale. I suoi esperti collaborano con governi, università, musei e organizzazioni internazionali su progetti che spaziano dalla tutela di siti archeologici e monumenti storici fino allo sviluppo di nuove tecnologie diagnostiche e strategie di conservazione preventiva. Attraverso la ricerca scientifica, i programmi di formazione e un’intensa attività editoriale, il Getty contribuisce inoltre a diffondere conoscenze e standard professionali adottati da restauratori e istituzioni culturali in tutto il mondo, svolgendo un ruolo che va ben oltre la gestione delle proprie collezioni.
Fondato nel 1985, è uno dei quattro rami del J. Paul Getty Trust, insieme al celebre Getty Museum, al Getty Research Institute e alla Getty Foundation, e opera in tutto il mondo per la conservazione del patrimonio culturale attraverso la scienza. Dalla sua sede presso il Getty Center di Los Angeles, l’Istituto conduce ricerche scientifiche, progetti sul campo e programmi di formazione in quasi tutti i continenti, occupandosi di tutto, dagli affreschi delle antiche tombe alla chimica delle vernici moderne, e condividendo le proprie conoscenze con i restauratori di tutto il mondo. In breve, è un luogo in cui la scienza di laboratorio e la storia dell’arte si incontrano al servizio dei tesori del mondo, ed è proprio in questo ambito che Casadio ha trascorso la sua carriera. Assumerà l’incarico nell’autunno del 2026, relazionando direttamente alla presidente e amministratrice delegata del Getty, Katherine E. Fleming, e ricoprendo uno dei ruoli più importanti nel suo settore. Per uno scienziato italiano arrivato per la prima volta al Getty da stagista nel 2002, si tratta di un ritorno a casa nel migliore dei modi.
D. Lei ha iniziato la sua carriera negli Stati Uniti proprio al Getty. L’internship aveva un focus specifico?
R. La mia ricerca si svolgeva nel dipartimento di Architettura Storica e riguardava la conservazione dell’architettura. Dopo la laurea e il dottorato al Politecnico di Milano, dove mi ero occupata del Duomo di Milano, la mia formazione era soprattutto legata all’architettura e alla pittura murale. Il programma del Getty è molto interessante perché riunisce più di venti giovani professionisti e neolaureati con background molto diversi. Questo mi ha permesso di lavorare non solo con altri scienziati del restauro, ma anche con futuri curatori ed educatori museali. Sono stati anni in cui si sono create relazioni professionali e personali che hanno avuto un impatto importante sulla mia carriera.
D. Quanto il metodo scientifico e la cultura italiana della tutela del patrimonio hanno influenzato il suo lavoro negli Stati Uniti?
R. Moltissimo. Nel sistema formativo italiano non esiste una separazione netta tra discipline scientifiche e umanistiche. Quando ho conseguito il dottorato era naturale essere una chimica e applicare la scienza ai beni culturali. All’inizio degli anni Duemila c’erano anche molti finanziamenti legati all’eredità di Leonardo e alla figura dello scienziato-umanista, che è un riferimento a cui mi sento vicina. Negli Stati Uniti questa contaminazione è meno comune. Ancora oggi mi capita di tenere lectio a ingegneri, chimici e scienziati dei materiali che restano sorpresi dall’idea che una formazione scientifica possa applicarsi al mondo della cultura. Inoltre, negli Stati Uniti non esiste un dottorato in scienza dei beni culturali.
D. Cosa possono imparare gli Stati Uniti dall’Italia nella conservazione?
R. L’Italia può offrire molto nella formazione e nella collaborazione accademica. Nei percorsi scientifici e tecnici applicati ai beni culturali esiste un livello di specializzazione molto avanzato. Inoltre, in Europa e in Italia c’è una forte tradizione di collaborazione tra centri di ricerca, università, musei e siti culturali. Negli Stati Uniti queste sinergie sono ancora meno frequenti. Non è un caso che molti ricercatori scientifici attivi nei grandi musei, dall’Art Institute of Chicago al Metropolitan Museum di New York fino allo stesso Getty, abbiano una formazione italiana. Direi almeno il 70%. Vale per la mia generazione e per quelle successive. Viviamo, in Italia, in un vero e proprio museo a cielo aperto. È naturale che competenze diverse si intreccino nella tutela del patrimonio.
D. E cosa può imparare l’Italia dagli Stati Uniti?
R. Negli Stati Uniti esistono istituzioni come il Getty o il LACMA che riuniscono sotto lo stesso tetto curatori, restauratori, scienziati ed esperti umanistici. In Italia questo modello è ancora raro. Brera è uno dei pochi esempi, ma non include figure scientifiche interne. La presenza di competenze diverse nella stessa istituzione favorisce la costruzione di un linguaggio comune e una ricerca davvero interdisciplinare, quasi leonardesca. Un altro elemento chiave è il finanziamento. La filantropia privata negli Stati Uniti è un motore straordinario, quasi un razzo interstellare, che in Italia non esiste ancora allo stesso livello. Accanto a questo, però, resta fondamentale il finanziamento pubblico.
D. Lei ha dichiarato che la conservazione è ciò che rende possibile l’incontro tra pubblico e opera d’arte. Può farci un esempio?
R. Per me è stata una rivelazione vedere, da studentessa, restauratori al lavoro davanti al pubblico in un museo. L’idea che un’opera non sia immutabile, ma viva e sia bisognosa di cura, è stata fondamentale. La conservazione è ciò che permette davvero l’accesso alle opere. Pensiamo agli Iris di Van Gogh: se restano in collezioni private possono essere esposti a rischi maggiori. La tutela e il restauro preservano la loro materialità e la loro accessibilità. Lo stesso vale per i siti archeologici. Senza il lavoro di archeologi e restauratori non potreste visitare un tempio maya o un sito della Magna Grecia nel Sud Italia, perché si degraderebbero inevitabilmente.
D. La conservazione preventiva è oggi più centrale del restauro?
R. Sì, è un punto fondamentale. Con il cambiamento climatico e l’aumento dei costi energetici, la conservazione preventiva è diventata ancora più rilevante. Attraverso la gestione dei parametri ambientali e la prevenzione dei rischi come incendi, inondazioni o terremoti, ambiti in cui il Getty investe molto si possono proteggere molte più opere. Questo rende il restauro più selettivo e mirato. Si interviene su opere specifiche, spesso in vista di mostre, senza creare gerarchie di valore. Il restauro estetico viene affrontato con maggiore cautela, perché oggi conosciamo meglio gli effetti a lungo termine degli interventi e valutiamo con più attenzione se siano davvero necessari.
D. Quali saranno le sue priorità al Getty Conservation Institute?
R. La priorità iniziale sarà l’ascolto. Il Getty è composto da quattro pilastri: il Conservation Institute, il Research Institute, la Foundation e i musei. La CEO Katherine Fleming sta inoltre lavorando al concetto di One Getty, per rafforzare le sinergie tra tutte le componenti dell’istituzione. È un approccio che condivido pienamente, perché ho sempre lavorato bene in contesti multidisciplinari, dove la collaborazione produce risultati più grandi della somma delle singole parti.
D. Quali sfide vede oggi più urgenti?
R. Due temi sono centrali. Il primo è ancora la conservazione preventiva, che continueremo a rafforzare attraverso ricerca e formazione in molte parti del mondo. Il secondo riguarda l’intelligenza artificiale e il machine learning applicati all’open knowledge. Il Getty può avere un ruolo guida nel mettere in rete e rendere accessibili non solo i propri dati, ma anche quelli prodotti da musei e istituzioni culturali a livello globale. È un ambito che richiede grande attenzione etica e al fair use dei dati, e proprio per questo le istituzioni culturali possono offrire un contributo decisivo”. (aise)