La voce di New York/ Il Board of Peace e la flotta della guerra, lo Yin e Yang della diplomazia trumpiana – di Massimo Jaus

foto Casa Bianca

NEW YORK\ aise\ - “Nella sala del primo incontro del “Board of Peace”, Donald Trump ha costruito una scena quasi simbolica, fatta di parole semplici e ambizioni grandissime. “Pace”, ripetuta come una formula, come se la ripetizione potesse trasformarla in realtà politica. Il nuovo organismo, pensato per supervisionare il piano per Gaza, coordinare sicurezza, ricostruzione e monitoraggio del cessate il fuoco, viene presentato come il più potente e prestigioso consiglio mai creato”. Così scrive Massimo Jaus che commenta i lavori del Board, svolto ieri a Washington, su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“Cinquanta e più Paesi riuniti, osservatori europei, mediatori internazionali, inviati per Medio Oriente e Ucraina, una piattaforma multilaterale che nelle intenzioni dovrebbe accompagnare la stabilizzazione dell’area fino alla fine del conflitto. Trump si colloca al centro di questa architettura diplomatica, ringrazia i mediatori, rivendica più volte il ruolo personale nelle trattative globali e si accredita come regista di una nuova stagione negoziale.
L’ombra della guerra sul tavolo della pace
Ma mentre il Consiglio della Pace prende forma tra dichiarazioni e strette di mano, al largo della stessa regione si muove un linguaggio completamente diverso. Il riposizionamento di gruppi di portaerei nel Golfo Persico, con caccia, cacciatorpediniere e migliaia di uomini, introduce un contrappunto silenzioso ma inequivocabile. Pace nelle parole, deterrenza nei movimenti strategici.
Lo stesso presidente, nel suo intervento, non ha escluso scenari duri con l’Iran, avvertendo che senza un accordo significativo “potrebbero accadere brutte cose”. Una frase che scivola dentro un discorso dedicato alla pace, quasi a ricordare che, nella sua visione, la negoziazione non esiste mai senza la minaccia implicita della forza.
Lo Yin e Yang della leadership
La cifra della politica estera trumpiana emerge proprio in questa simultaneità. Da un lato la mediazione per la cessazione delle ostilità tra Russia e Ucraina, il piano di stabilizzazione per Gaza, la retorica del negoziatore globale che rivendica otto trattati di pace. Dall’altro il dispiegamento militare, gli avvertimenti strategici, la costruzione di una pressione visibile sugli avversari regionali.
È uno Yin e Yang geopolitico che si rincorre continuamente. La pace non cancella la guerra, la guerra non smentisce la pace, ma entrambe convivono nello stesso disegno politico, alternandosi come strumenti complementari di una stessa narrativa di potere.
Il Nobel, i miliardi e la legittimità
Nel suo discorso, Trump ha legato esplicitamente il Board of Peace alla dimensione simbolica della leadership globale, con un finanziamento annunciato di 10 miliardi di dollari di fondi pubblici, definito una cifra minima rispetto ai costi della guerra. Una somma che supera gli aiuti umanitari bloccati alla USAID, segnando una scelta politica precisa, meno assistenza diretta, più investimento in una struttura di pace sotto regia americana.
Il messaggio è duplice, quasi speculare. Da una parte la costruzione di un profilo internazionale da mediatore, dall’altra l’uso della leva finanziaria per creare una legittimità parallela, alternativa alle tradizionali architetture diplomatiche multilaterali.
Gli alleati, tra adesione e prudenza
Anche la composizione del Board riflette questa dualità. Alcuni Paesi europei partecipano come osservatori, tra cui l’Italia rappresentata dal ministro Antonio Tajani, mentre grandi alleati storici mantengono riserve sull’ampio mandato dell’organismo. Le Nazioni Unite collaborano sul piano umanitario, ma restano formalmente fuori dal Consiglio, segnale di una pace ancora in cerca di riconoscimento istituzionale pieno.
Intanto, al Consiglio di Sicurezza ONU cresce la preoccupazione per la fragilità del cessate il fuoco a Gaza, per le violazioni sul campo e per le tensioni in Cisgiordania. La pace proclamata nei vertici si scontra con una realtà ancora instabile e sanguinosa.
La diplomazia della pressione
Trump scommette su una teoria precisa, il potere concentrato può produrre pace. Denaro, visibilità diplomatica e presenza militare diventano elementi dello stesso schema. Il Board of Peace offre una cornice negoziale, la flotta al largo garantisce la leva strategica dietro quella cornice.
Non è una contraddizione, ma una costruzione deliberata. Come se la pace dovesse essere percepita come credibile solo quando accompagnata dalla capacità di escalation. Come se il dialogo dovesse sempre avere, alle spalle, un dispositivo di forza pronto a intervenire.
Pace proclamata, guerra implicita
Alla fine della riunione inaugurale resta un’immagine che sintetizza l’intera fase geopolitica americana. Un Consiglio della Pace che si riunisce a Washington mentre nel Golfo si accumulano assetti militari. Un presidente che parla di stabilizzazione globale e, nello stesso discorso, avverte che senza accordi potrebbero arrivare conseguenze dure.
Quasi una ironia strategica, o forse una dottrina precisa. La pace come volto pubblico, la pressione militare come struttura nascosta. Uno Yin e Yang continuo, dove le due forze non si annullano ma si alimentano a vicenda, costruendo una politica estera che non sceglie tra diplomazia e deterrenza, ma le fa convivere nello stesso respiro, nello stesso discorso, nello stesso momento storico”. (aise)