La Voce di New York/ Quando si “arriva” in America: la Corte Suprema ridisegna il diritto d’asilo – di Marco Giustiniani


NEW YORK\ aise\ - “Ai piedi della Statua della Libertà, la promessa è scolpita nella pietra e nella memoria: “Dammi i tuoi stanchi, i tuoi poveri…”. È da lì che si misura la distanza tra principio e realtà, ed è proprio su quella distanza che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto uno dei confronti più delicati degli ultimi anni in materia di immigrazione”. Ne ha scritto Marco Giustiniani in questo articolo per “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“Il nodo giuridico che cambia tutto
La questione, all’apparenza tecnica, è in realtà una linea sottile che può cambiare il destino di migliaia di persone. Quando un migrante può dirsi “arrivato” negli Stati Uniti? Basta presentarsi al confine o serve averlo già attraversato?
Da questa distinzione dipende l’accesso al diritto d’asilo. La legge federale parla di chi è “fisicamente presente” o di chi “arriva” nel Paese, ma è proprio su quel verbo, arrivare, che si gioca l’intero caso.
Il “metering” e la politica del respingimento
Al centro del dibattito c’è la politica del cosiddetto “metering”, introdotta durante l’amministrazione Obama e poi ampliata e formalizzata da Donald Trump nel 2018. Una pratica che consente alle autorità di limitare, o sospendere, l’esame delle richieste d’asilo quando i valichi di frontiera sono considerati saturi.
In concreto significa fermare i migranti sul lato messicano del confine, costringerli ad attendere per settimane o mesi, spesso in condizioni precarie, senza poter formalizzare la domanda. Una politica che l’amministrazione Trump ha difeso come strumento necessario per gestire i flussi, e che ora lascia intendere di voler ripristinare.
Lo scontro in aula
L’avvocato del Dipartimento di Giustizia, Vivek Suri, ha sintetizzato la posizione del governo in una frase netta: non si può “arrivare negli Stati Uniti” se si è ancora fisicamente in Messico. Un’interpretazione rigida, che punta a restituire all’esecutivo un ampio margine di controllo alle frontiere.
Ma i giudici non hanno lasciato scorrere la questione senza interrogarsi. Amy Coney Barrett ha incalzato chiedendo quale sia il punto esatto in cui si può parlare di “arrivo”, quasi a cercare una soglia precisa, un confine giuridico oltre quello geografico.
Dall’altra parte, Sonia Sotomayor ha messo in luce la contraddizione più evidente. Se altri viaggiatori possono entrare, perché chi chiede asilo viene fermato proprio quando si mette in fila? E ha usato un’immagine che pesa più di molte argomentazioni: è come un aereo che atterra a LaGuardia, non ha ancora toccato terra, ma è già arrivato, sta bussando alla porta.
La linea tra legge e umanità
Il caso nasce dal ricorso dell’organizzazione “Al Otro Lado”, che ha contestato la politica sostenendo che è in contrasto con la legge federale e i principi umanitari. I tribunali inferiori hanno già dato loro ragione, stabilendo che chi si presenta al confine deve poter chiedere asilo, anche senza aver varcato fisicamente la frontiera.
Ma la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, appare divisa tra due visioni opposte. Da una parte la gestione dei confini, dall’altra la tradizione americana di accoglienza. Una tensione che non è solo giuridica, ma profondamente politica.
Una decisione che va oltre il caso
Il verdetto, atteso entro giugno, non riguarderà solo il “metering”. Sarà un tassello di un mosaico più ampio, che include le espulsioni accelerate, la cittadinanza per nascita e la revoca delle protezioni temporanee per intere comunità di migranti.
In gioco c’è qualcosa di più di una procedura. C’è la definizione stessa di confine, non solo geografico ma morale. Stabilire quando si “arriva” negli Stati Uniti significa decidere quando una richiesta di protezione diventa un diritto, e quando invece resta sospesa, fuori da una porta che continua a restare chiusa”. (aise)