La voce d’Italia/ Venezuela, crisi umanitaria nelle carceri: il rapporto shock dell’OVP


CARACAS\ aise\ - “Il sistema penitenziario del Venezuela ha attraversato una crisi istituzionale senza precedenti, caratterizzata da un drammatico incremento della mortalità tra la popolazione detenuta. Secondo il rapporto annuale presentato dall’Osservatorio Venezuelano delle Prigioni (OVP), l’anno scorso si sono registrati 181 decessi di persone sotto la custodia dello Stato: 158 all’interno dei penitenziari principali e 23 nei reclusori transitori delle stazioni di polizia”. È quanto si legge su “La voce d’Italia”, storica testata edita prima a Caracas, ora a Madrid, diretta da Mariza Bafile.
“Il confronto con i dati del periodo precedente evidenzia una crescita allarmante del 50,48% della mortalità intracarceraria, passata dai 105 casi del precedente anno ai 158 decessi documentati. Humberto Prado, direttore generale dell’organizzazione, ha denunciato con fermezza la paralisi dell’esecutivo durante una conferenza stampa.
L’indagine condotta dall’ONG ha accertato che la causa primaria di morte all’interno delle strutture di reclusione regolare non è più riconducibile a scontri interni o rivolte violente, bensì a una crisi sanitaria generalizzata. Il 95% dei decessi intracarcelari (151 casi) è da imputare a patologie mediche non trattate, una statistica che equivale alla morte di un detenuto ogni due giorni.
Il documento analizza nel dettaglio le cause cliniche: 48 decessi sono stati provocati da complicazioni cardiovascolari e arresti cardiocircolatori acuiti dallo stress ambientale, mentre 39 interni sono deceduti per gravi affezioni respiratorie, tra cui la tubercolosi. Si registrano inoltre 8 casi di insufficienza multiorgano e 7 decessi causati da shock ipovolemico.
La mancanza di prevenzione e di terapie adeguate colpisce in modo asimmetrico le categorie più vulnerabili, tra cui la popolazione detenuta femminile, che ha registrato 5 decessi per gravi complicazioni di salute. Tra i casi citati emerge quello di Yusbely Rangely Hernández Lucena, reclusa nel Centro Penitenziario David Viloria (Stato di Lara), deceduta a seguito di un’infezione polmonare non trattata tempestivamente, in un quadro di grave deficit nutrizionale e depressione clinica priva di assistenza specialistica.
L’assenza di tutele investe anche la salute mentale: ai detenuti reduci da tentati suicidi viene somministrata una profonda sedazione farmacologica in infermerie improvvisate, una pratica che l’OVP denuncia in quanto evidenzia “l’assenza di protocolli per proteggere la sua integrità psicologica e fisica”.
Il deterioramento delle infrastrutture e l’insufficienza di spazio vitale rimangono fattori determinanti dell’alto tasso di mortalità. L’OVP stima la popolazione detenuta totale in 26.694 individui, distribuiti in una rete carceraria gravemente compromessa. L’avvocata dell’organizzazione, Mariangel Rincón, ha evidenziato l’opacità delle fonti governative.
“In Venezuela abbiamo 52 carceri e nel 2025 ne funzionano 31 – sottolinea Rincón -. C’è una grande mancanza di informazioni, c’è opacità nei centri operativi, non ci sono dati specifici da parte delle autorità ufficiali che ospitano le persone private della libertà”.
A fronte di una capienza teorica di 26.238 posti, l’inagibilità strutturale di interi padiglioni riduce la reale capacità operativa a soli 15.096 posti. Questa contrazione determina un tasso di sovraffollamento critico del 176,83%. Come riferito da Prado, “ai detenuti continuano a essere violati i diritti fondamentali”. La pressione sulle strutture è stata ulteriormente aggravata dall’afflusso di arresti successivi alle proteste elettorali e da un diffuso ritardo processuale nell’esame dei benefici di legge.
Il dossier dedica un focus rigoroso alle carenze alimentari, rimaste irrisolte nonostante le proteste e lo sciopero della fame attuato dai detenuti nel precedente periodo. L’ONG ha rilevato la violazione sistematica dell’obbligo statale di sussistenza: la dieta somministrata è composta quasi esclusivamente da carboidrati a basso valore nutrizionale (riso, legumi e arepas vuote), con un apporto proteico nullo e frequenti forniture di cibo in stato di decomposizione.
Tale deficit costringe i detenuti alla totale dipendenza dalle reti di supporto familiare per la sopravvivenza. Le restrizioni d’accesso e i pregiudizi istituzionali colpiscono con maggiore durezza le minoranze, come i detenuti LGBTQI+, ai quali vengono limitate le visite e la consegna di generi alimentari o farmaci salvavita. Per l’organizzazione, la convergenza di malnutrizione, sovraffollamento e condizioni igieniche precarie configura una violazione sistematica del diritto alla vita”. (aise)