L’AMERICA BRUCIA? VIVA L’AMERICA, I CICLI DELLA SUA STORIA RESTANO IN MOTO - DI STEFANO VACCARA

L’AMERICA BRUCIA? VIVA L’AMERICA, I CICLI DELLA SUA STORIA RESTANO IN MOTO - di Stefano Vaccara

Foto di Chiara Trincia

NEW YORK\ aise\ - “Iniziamo subito con un’opinione che per chi la scrive resta fondamentale: dopo il video che ha mostrato George Floyd morire in quel modo, letteralmente schiacciato dal razzismo di alcuni poliziotti di Minneapolis, come era già accaduto ad altri afroamericani a New York, in Florida, in California, in Missouri… cioè ovunque e da sempre negli USA, saremmo molto più preoccupati oggi per il futuro dell’America se dopo questo ennesimo assassinio filmato in diretta non stesse accadendo nulla. Saremmo molto più preoccupati per l’America se invece di assistere alle proteste e agli scontri in tutte le sue città, proprio mentre siamo invasi dalla pandemia Covid-19, ecco magari con la scusa appunto del coronavirus, i giovani di tutti i colori, le religioni e le culture di questo immenso paese, non avessero voglia di partecipare e, rimanendosene alla dovuta “distanza”, stessero invece sorseggiando mohjto in qualche spiaggia appena riaperta… I giovani invece sono combattenti, in strada come on-line (su instagram è bello vedere i messaggi di solidarietà e lotta contro il razzismo), e ci stanno educando tutti a ribellarci contro l’intolleranza”. Così scrive Stefano Vaccara nell’editoriale che firma oggi per “La voce di New York”, quotidiano online che dirige dalla Grande Mela.
“L’America, invece e per fortuna, sta bruciando di dolore e rabbia per quel cancro del razzismo che scorre da sempre nelle sue vene ma che gli anticorpi della sua grande democrazia in questo momento stanno combattendo senza soccombere a questo male di nascita, che sia chiaro a chi avesse ancora dubbi, rappresenta un pericolo molto più grave per il sogno americano: se prevalesse senza più reazioni, ammazzerebbe definitivamente gli Stati Uniti molto più efficacemente che il coronavirus.
In queste pur drammatiche ore – rispondiamo agli amici che in Italia ci scrivono preoccupati chiedendoci ma che ci stiamo ancora a fare qui – siamo sollevati nel constatare come gli anticorpi dell’America invece reagiscono: il suo esperimento, nato dall’idea che tutti gli uomini sono creati liberi e uguali, un valore forte, mai pienamente realizzato ancora ma che progredisce da tre secoli. Come si realizza? Con la continua lotta tra chi spinge il perseguimento di questo sogno contro quelle cellule cancerogene annidate nel suo stesso corpo democratico e che da sempre vorrebbero sopprimerlo facendolo diventare incubo con una teoria tanto stravagante quanto pericolosa: che il sogno americano appartenga solo a “chi c’è già” (nativismo o suprematismo bianco) e non più ai migranti.
Quindi l’America brucia ma è viva, cari amici che nel mondo la guardate, e dovreste essere semmai più preoccupati se dopo quel terribile video del supplizio del povero George Floyd, l’America stesse ancora a dibattere dei tweet di Donald Trump che si atteggia a “ducetto” sfrontato, che oltre a negare ogni responsabilità sugli ormai oltre centomila morti della pandemia, ora mostra pure il ghigno suprematista del “siamo pronti a sparare”, un messaggio da cane che chiama a raccolta il branco.
Saremmo più in ansia per l’America se in ogni sua città non si vedessero i suoi giovani bruciare di sana rabbia per questo ennesimo atto di razzismo arrivato da uomini in divisa. Proprio coloro che dovrebbero aiutarsi di più a vicenda ed essere aiutati, invece di rimanere impietriti senza reagire al razzismo di un collega, e ricordare che sono pagati da noi tutti per proteggere tutti noi dal crimine del razzismo che ancora scorre e avvelena il sangue di questa grande democrazia.
Ma come evviva l’America? E le auto della polizia bruciate a Brooklyn? E i negozi eleganti di Manhattan saccheggiati? E persino la vetrina fatta a pezzi della Pizzeria Ribalta del West Village, adorata da noi italiani di New York? Non dovrebbero farci maledire questa rivolta fuori controllo, potrebbe chiedersi qualche lettore e questa volta non solo preoccupato dall’Italia, ma indignato qui negli Stati Uniti mentre legge la nostra Voce…
Certo che ci intristiscono questi atti di violenza, ma sicuramente preferiamo preservare la maggior parte della nostra rabbia e della nostra indignazione per le ultime frasi “non posso respirare, mamma aiuto”, di George Floyd: sono il rimbombo delle sue ultime parole che dovrebbero far tremare i polsi, non il rumore delle vetrine in frantumi. I fuochi appiccati, certo che dispiacciono e indignano ma, con tutta franchezza, non con la stessa intensità e sicuramente non possono recare lo stesso dolore dentro che il rimbombo dell’ultimo rantolo di Floyd trasmette alle persone civili.
Nell’esprimere quindi solidarietà a chi in queste ore ha visto attaccati da alcuni violenti (una minoranza rispetto alla stragrande maggioranza dei manifestanti) le proprie attività, inviamo anche questo messaggio: il loro sogno americano già realizzato, potrà continuare a vivere proprio grazie a quei ragazzi che con i cartelli con scritto “Fuck Racism”, fanno finalmente respirare l’America che sarebbe apparsa altrimenti in coma. Dovremmo essere tutti orgogliosi per come stanno sfidando i randelli, il gas, e le pallottole finora di gomma (con Trump che sembra non vedere l’ora che diventino di piombo…), di quei poliziotti che non sempre, noi lo notiamo, sembrano avere la preparazione adatta e i nervi d’acciaio per svolgere il loro difficilissimo e delicatissimo compito. Restiamo fiduciosi che la NYPD saprà distinguere tra i veri manifestanti, quelli che stanno salvando la dignità e la libertà di tutti, e quei pochi che si meritano di essere sbattuti in galera.
Questo editoriale lo concludiamo per ribadire a tutti gli amici preoccupati di non preoccuparsi per l’America, il suo sogno è vivo e forte.
Per esserne più convinti, basta ricordare l’interpretazione storica di questo unico esperimento americano ancora giovane di soli tre secoli. Certamente noi restiamo in allerta ma non saremo mai in ansia esistenziale per l’America, perché come hanno rivelato i grandi suoi storici, dalla prima teoria del “pendolo” di Henry Adams, ai più sofisticati “cicli” degli Schlesinger padre e figlio, il progresso della democrazia americana si esprime attraverso l’alternarsi al potere delle sue forze diverse e contrastanti.
Che l’esperimento abbia funzionato finora è stato grazie al ciclo di quelle idee messe in pratica che molti etichettano come “di destra” e “di sinistra”, ma che qui negli Stati Uniti sicuramente non saranno mai di rigida appartenenza partitica (pensate che forse Lincoln abbia ancora qualcosa a che fare con l’attuale Partito Repubblicano?). Ma sono forze queste che entrambe sono parte integrante della natura della politica americana, che nella loro costante corsa per tenere le redini direzionali di questo grande paese, hanno saputo aspettare il loro turno ma senza rimanere o farsi imporre il silenzio. Pronte quindi a spingere quando qualcuno frena, per aprire ai diritti contro chi li richiude. Per far comunque prevalere l’idea-azione che l’America resterà sempre in movimento verso il progresso contro chi, di questo progresso, ne ha avuto sempre paura. Ognuno di questi cicli, ci dicono gli Arthur sr. e jr, é durato mediamente 12 anni.
L’America ha passato periodi durissimi nell’alternarsi di questi cicli, come la guerra civile o la grande depressione economica degli anni trenta. Eppure alla fine li ha sempre superati, migliorandosi. Siamo sicuri che anche questa volta, nonostante i danni profondi provocati dalla pandemia, nonostante questo virus del razzismo che ancora scorre forte ma che trova altrettanti forti anticorpi, noi tutti americani ce la faremo, “we shall overcom, we shall overcome”, come cantava Martin Luther King. Evviva l’America quindi nonostante Donald Trump e le forze che rappresenta. Lui speriamo non abbia il tempo di appartenere ad alcuno di questi cicli. Già, speriamo proprio che risulti alla fine solo un presidente piccolo piccolo, solo un incidente, seppur grave, di percorso della grande democrazia americana, senza avere più il tempo di provocare altri danni e rallentare il progresso del prossimo ciclo”. (aise) 

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