PIETRO BARTOLO: “NEL PATTO UE PER L’IMMIGRAZIONE DI SOLIDARIETÀ C’È BEN POCO” – DI ANITA BERNACCHIA

PIETRO BARTOLO: “NEL PATTO UE PER L’IMMIGRAZIONE DI SOLIDARIETÀ C’È BEN POCO” – di Anita Bernacchia

BRUXELLES\ aise\ - “Il patto per l’immigrazione e l’asilo presentato dalla Commissione europea ha suscitato nello spettro politico europeo reazioni disparate, ma accomunate da una constatazione: si poteva fare molto meglio. È questa l’opinione anche di Pietro Bartolo, eurodeputato del Gruppo dei Socialisti e Democratici, vicepresidente della commissione parlamentare per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), meglio noto come “il medico di Lampedusa”. Lo abbiamo incontrato a Bruxelles, a poche ore dalla presentazione del patto”. Ad intervistarlo è stata Anita Bernacchia per “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.
D. “Responsabilità” e “solidarietà”: due parole chiave del patto immigrazione annunciato oggi dalla Commissione. Pensa che serviranno a ricreare fiducia nella capacità dell’UE di gestire i flussi migratori?
R. Il discorso della presidente von der Leyen della scorsa settimana ci aveva dato una boccata di ossigeno. A una prima lettura del patto, comunque piuttosto corposo, abbiamo capito che non era come ci aspettavamo. C’è delusione e amarezza, dato che di solidarietà c’è ben poco. Questa parola così importante, di cui si parla nell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’UE, viene interpretata come solidarietà tra i vari stati e non nei confronti delle persone che arrivano (mi riesce difficile parlare di migranti, sono uomini, donne e bambini). Intravedo poca solidarietà anche nei confronti degli stati membri di primo approdo, Grecia, Malta, Cipro, Italia e Spagna, sui quali vengono scaricati ulteriori adempimenti come il pre-screening, una novità. Entro 5 giorni le persone che arrivano vengono sottoposte a uno screening molto veloce dove si stabilisce chi ha diritto ad accedere alla procedura normale e chi a quella accelerata di frontiera, che dura 12 settimane. E poi c’è la procedura cosiddetta normale. Queste persone sono costrette a restare per parecchio tempo negli hot spot. Non so cosa si intende con pre-screening, se venga fatto prima che mettano piede a terra o all’interno degli hot spot. Sappiamo che in quelli in Grecia o Italia le persone sono costrette a vivere in modo disumano, pensiamo a quanto è accaduto a Moria. Lasciare queste persone lì per altro tempo è inaccettabile. E questo non mi lascia soddisfatto, sono qua proprio per occuparmi di questa situazione, lavoreremo e ci batteremo per avere un cambiamento.
Quando è stato detto che il regolamento di Dublino sarebbe stato annullato perché inefficace, pensavo che si sarebbe introdotto qualcosa di più risolutivo, come il ricollocamento automatico obbligatorio su tutti gli stati membri, già valutato e adottato ad ampia maggioranza dal Parlamento nella passata legislatura. Invece è qualcosa di molto diverso, non risolve il problema della migrazione. Gli stati membri dovrebbero dialogare intorno a un tavolo perché gli sbarchi sono un problema europeo, non italiano o spagnolo.
Chi arriva a Lampedusa arriva in Europa, non ci si può chiamare fuori. Alcuni stati membri hanno una idiosincrasia per la parola “ricollocamento”, si rifiutano totalmente, quando invece è tutta l’Europa che deve farsene carico. Come è accaduto per la pandemia. Questa è l’Europa che mi piace e che vorrei. Tutto questo poi si scarica sulle persone, discriminate tra migranti economici, o climatici, e richiedenti asilo, che in base ai trattati hanno diritto a essere accettati e ricollocati, ma è difficile a causa di procedure farraginose. E con le procedure accelerate rischiano di essere discriminati, in violazione dei diritti fondamentali della persona.
D. Su Moria la settimana scorsa lei è intervenuto in plenaria chiedendo l’evacuazione immediata e l’accelerazione del ricollocamento dalle isole verso gli Stati membri, in particolare i minori. Era una tragedia annunciata?
R. Certamente. Che altro potrebbe succedere in un campo in cui possono stare 3.000 persone e che ne ospita invece 30.000? Le condizioni sono estreme, non c’è acqua, né spazio, né servizi sanitari. Una bambina fuggendo ha detto al padre “papà, ma è vero che forse moriremo?”. Cosa poteva dirle il padre? Siamo noi che abbiamo la responsabilità di rispondere, e le risposte devono essere europee. Non vogliamo un’altra Moria. Speravo che quella tragedia potesse scuotere l’Europa e indurla a proporre qualcosa di diverso.
La maggior parte del patto è invece tutto imperniato sul rimpatrio. Sì, è essenziale, ma io parlo di rimpatri volontari, rimpatri garantiti. Le persone non devono rischiare la vita, c’è bisogno di garanzie. L’Europa deve mettere in atto procedure per i rimpatri assistiti, deve riflettere e attuare i principi su cui è stata fondata, la solidarietà e la condivisione di responsabilità. L’Europa che desidero è quella che mette al centro la persona. Se continuiamo a contrastare il fenomeno della migrazione in questo modo ne parleremo per altri cento anni. Abbiamo ben altro da fare in Europa, sarebbe il caso di affrontarlo con razionalità, senza pregiudizi e muri mentali costruiti da chi ha interesse a diffondere una narrazione sbagliata. “L’Europa ha paura dell’invasione”, dicono. Ma di quale invasione parliamo? Si tratta di numeri ridicoli, basterebbe ragionare. Perché queste persone ci possono aiutare, noi siamo in pericolo dal punto di vista demografico. Non facciamo più figli e i giovani vanno all’estero. Tra 10-15 anni l’Europa sarà una grandissima RSA piena di anziani e avremo difficoltà a sostenere i servizi connessi.
D. Quindi il meccanismo di solidarietà obbligatoria previsto dal patto non va nella direzione da voi auspicata?
R. Esattamente.
D. Oltre al pre-screening obbligatorio, la proposta prevede un sistema di gestione delle frontiere più integrato, un Eurodac migliorato, e partenariati con Paesi chiave extra-UE. Passi concreti nell’affrontare la crisi migratoria su scala UE?
R. Per quanto riguarda i rimpatri volontari o necessari, bisogna certo prendere accordi con altri Paesi, ma anche andare con i piedi di piombo e fare in modo che tutto avvenga con le dovute garanzie per queste persone. Il pre-screening, poi, lo abbiamo sempre rifiutato in tutte le discussioni avute. L’esame di una domanda d’asilo deve essere fatto in modo accurato, visto che queste persone non sanno dove sono e non parlano la lingua, oltre ad essere spaventate. In 5 giorni non si risolve il problema. Queste procedure accelerate non sono accettabili, vanno fatte nei tempi giusti, senza violare i diritti dell’uomo.
D. Il pacchetto prevede anche un coordinatore UE ad hoc per i rimpatri, e un ruolo più forte per la guardia di frontiera e costiera europea. Che ne pensa?
R. Le agenzie devono salvaguardare i diritti dell’uomo, di certo non rimandare indietro i migranti. Ci possono aiutare, con i Paesi di primo ingresso, a valutare le richieste previa identificazione. Se ci sono terroristi li cacciamo via, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. L’esperienza ci dice, almeno per l’Italia, che non c’era nemmeno un terrorista tra i migranti. Bisogna mettersi nei panni di queste persone che fuggono da situazioni che noi stessi abbiamo creato, come nel caso dei cambiamenti climatici. Chi arriva in Grecia e in Italia viene dalle guerre, come i siriani, e vive una situazione di grave pericolo. Oppure muore di fame, e morire di guerra o morire di fame non fa differenza, dico io. Se vogliamo risolvere la situazione in Europa, intanto aiutiamoli a casa nostra, poi a casa loro. La cooperazione internazionale ha fatto ben poco. Prendiamo la Tunisia, un paese quasi europeo, dove si assiste a una grave crisi economica e dove molti giovani stanno andando via e sbarcano a Lampedusa. Ci vorrebbe un intervento europeo, perché non siano costretti a lasciare le loro famiglie, un piano economico per risollevare il Paese. Ma non prevedere una somma in denaro da dare ai paesi d’origine per tenersi i migranti. I fondi vanno dati per uno sviluppo che consenta loro di restare volontariamente. Questo è il modo di fare politica.
D. Lei dice sempre che le persone non sono numeri. In queste crisi i bambini sono i numeri che ci spaventano di più. La Commissione ha già fatto trasferire 400 minori non accompagnati da Lesbo sulla Grecia continentale. Ma non si può fare di più per loro?
R. Certo. È una categoria vulnerabile, di cui mi sono occupato per molti anni, vedendo i segni delle violenze atroci di cui spesso i minori sono vittime. Queste cose bisogna toccarle con mano per capire, anche se giustifico un certo atteggiamento negativo dovuto alla non conoscenza. In questo patto c’è anche qualcosa di positivo. Ad esempio, cosa già prevista dall’attuale regolamento di Dublino, il diritto superiore del minore, o il ricollocamento famigliare, che si allarga un po’ andando a includere anche la famiglia che si forma durante il viaggio, non solo quella alla partenza. A volte i migranti impiegano anni per arrivare da noi. Nel complesso del patto, invece, c’è da lavorare molto, e lo faremo.
D. Prima di fine anno Parlamento e Consiglio dovranno raggiungere un accordo politico sul regolamento per la gestione dell’asilo e della migrazione, e adottare i regolamenti sull’agenzia UE per l’asilo e su Eurodac. Ci sarà tempo? Da cosa dipenderà?
R. La battaglia sarà dura e i tempi sono molto stretti. Spero che si risolva al più presto, perché mentre parliamo di questo patto, ci sono persone che muoiono a casa nostra, nel nostro mare. Sono persone, e mi sembra brutto dire “persone come noi”. A Lampedusa continuano ad arrivare, di recente con imbarcazioni di fortuna, e non sappiamo nemmeno quanti ne muoiono. Prima ne avevamo contezza, c’erano i pescatori, le ONG, adesso a queste viene impedito di intervenire, altra vergogna. Sentendo il discorso di von der Leyen, mi aspettavo l’istituzione di una missione per la ricerca e il soccorso in mare. C’è solo una raccomandazione che dice: è opportuno che gli stati membri in solidarietà cooperino con le ONG e i privati a salvare le persone in mare. Ma non è prevista una vera missione come Mare Nostrum o Sophia. Le ONG vengono pure criminalizzate, come sappiamo. L’Europa doveva dare risposte più adeguate alle esigenze del momento.
D. Quante di queste proposte dipenderanno dalla volontà dei singoli stati membri di attuarle e quanto invece risiede nei poteri dell’Unione?
R. La Commissione si è un po’ piegata al volere di alcuni stati, allergici alla parola ricollocamento e ad accettare queste persone. Ha fatto il possibile per trovare una soluzione, ma senz’altro dovrà affrontare una battaglia da parte della commissione LIBE, di cui sono vicepresidente. Prenderemo tutto quel che c’è di buono in questo patto, ma dobbiamo migliorare. Non c’è soluzione se non quella del ricollocamento automatico e, se possibile, anche obbligatorio. E prevedere sanzioni per gli stati che non vogliono accettarlo, o quantomeno un contributo economico per quei Paesi che invece sono animati da buona volontà e da principi incontrovertibili, come il rispetto del diritto alla vita. Non è essere buonisti. Merkel non è la proprietaria della Germania, come Conte della nostra Italia o Macron della Francia. Tutti abbiamo il diritto di vivere una vita dignitosa.
D. Lampedusa, porta d’Europa, simbolo della solidarietà e dell’accoglienza. Quanto ha contato la sua esperienza di 30 anni di accoglienza e cura dei migranti nella sua attività da eurodeputato?
R. Mi sono occupato del fenomeno migratorio sin dal primo sbarco. Ho visitato, curato, e soprattutto ascoltato, più di 350.000 persone. Non ho fatto solo un rapido screening, le persone vanno ascoltate. Davanti a una cifra così lei mi dirà: c’è un’invasione. Ma l’ho fatto in 30 anni. Per un medico o un’isoletta come Lampedusa può sembrare un’enormità. Ho visto tante brutture, ho camminato sui morti, forse ho battuto il record di ispezioni cadaveriche, soprattutto di bambini, che potevano essere miei figli. Dopo tutti questi anni da volontario, ho cercato di raccontare e scuotere la coscienza italiana ed europea. Per questo ho deciso di venire in Europa ed entrare in politica, fino all’anno scorso facevo il medico. Credo nella vera politica, quella buona, non del contrasto e delle paure, quella dei padri fondatori di questa intuizione che è l’Unione europea, la più grande che abbia potuto avere l’uomo. Per questo motivo sono qui, per cercare di dare queste risposte. L’Europa intera deve capire che se vogliamo onorare i padri fondatori, la strada da intraprendere è la solidarietà, il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Sono fiducioso, sono certo che ci arriveremo. Ci batteremo perché passino questi principi”. (aise) 

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