Papa Francesco: chi non vuole dialogare non vuole la pace

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ROMA\ aise\ - “Chi non vuole dialogare non vuole la pace”. Nonostante non potesse affacciarsi dalla finestra in piazza San Pietro a causa di una infiammazione ai polmoni, Papa Francesco, assistito da monsignor Braida, ha lanciato ieri, domenica 26 novembre, un nuovo monito. Lo ha fatto al termine dell’Angelus, invitando fedeli e pellegrini a pregare “per tutti i popoli dilaniati dai conflitti”, perché “la preghiera è la forza di pace che infrange la spirale dell’odio, spezza il circolo della vendetta e apre vie insperate di riconciliazione”.
Bergoglio ha rivolto il suo pensiero alla “martoriata Ucraina”, che sabato ha commemorato l’Holodomor, “il genocidio perpetrato dal regime sovietico che, 90 anni fa, causò la morte per fame di milioni di persone”, ed è ancora oggi sottoposta alle “atrocità della guerra”; e al conflitto tra Israele e Palestina, che registra “finalmente una tregua e alcuni ostaggi sono stati liberati”, ha osservato Bergoglio. “Preghiamo che lo siano al più presto tutti – pensiamo alle loro famiglie! –, che entrino a Gaza più aiuti umanitari e che si insista nel dialogo: è l’unica via, l’unica via per avere pace”.
Oltre che dalla guerra, ha proseguito il Santo Padre, “il nostro mondo è minacciato da un altro grande pericolo, quello climatico, che mette a rischio la vita sulla Terra, specialmente le future generazioni. E questo è contrario al progetto di Dio, che ha creato ogni cosa per la vita. Perciò”, ha annunciato, “nel prossimo fine settimana, mi recherò negli Emirati Arabi Uniti per intervenire sabato alla COP28 di Dubai”.
Nell’ultima domenica dell’Anno liturgico e “Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il Vangelo ci parla del giudizio finale (cfr Mt 25,31-46) e ci dice che esso sarà sulla carità”, aveva spiegato Papa Francesco introducendo l’Angelus. “La scena che ci presenta è quella di una sala regale, in cui Gesù, “il Figlio dell’uomo” (v. 31), è seduto in trono. Tutti i popoli sono radunati ai suoi piedi e tra essi spiccano “i benedetti” (v. 34), gli amici del Re. Ma chi sono? Che cos’hanno di speciale questi amici agli occhi del loro Signore? Secondo i criteri del mondo gli amici del re dovrebbero essere quelli che gli hanno dato ricchezze e potere, che lo hanno aiutato a conquistare territori, a vincere battaglie, a farsi grande fra gli altri sovrani, magari a comparire come una star sulle prime pagine dei giornali o sui social, e a loro egli dovrebbe dire: “Grazie, perché mi avete reso ricco e famoso, invidiato e temuto”. Questo secondo i criteri del mondo”.
“Secondo i criteri di Gesù, invece”, ha detto Bergoglio, “gli amici sono altri: sono coloro che lo hanno servito nelle persone più deboli. Questo perché il Figlio dell’uomo è un Re completamente diverso, che chiama i poveri “fratelli”, che si identifica con gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ammalati, i carcerati, e dice: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (v. 40). È un Re sensibile al problema della fame, al bisogno di una casa, alla malattia e alla prigionia (cfr vv. 35-36): tutte realtà purtroppo sempre molto attuali. Affamati, persone senza tetto, spesso vestite come possono, affollano le nostre strade: le incontriamo ogni giorno. E anche per ciò che riguarda infermità e carcere, tutti sappiamo cosa voglia dire essere malati, commettere errori e pagarne le conseguenze”.
“Ebbene”, ha osservato il Pontefice, “il Vangelo oggi ci dice che si è “benedetti” se si risponde a queste povertà con amore, col servizio: non voltandosi dall’altra parte, ma dando da mangiare e da bere, vestendo, ospitando, visitando, in una parola facendosi vicini a chi è nel bisogno. E questo perché Gesù, il nostro Re che si definisce Figlio dell’uomo, ha le sue sorelle e i suoi fratelli prediletti nelle donne e negli uomini più fragili. La sua “sala regale” è allestita dove c’è chi soffre e ha bisogno di aiuto. Questa è la “corte” del nostro Re. E lo stile con cui sono chiamati a distinguersi i suoi amici, quelli che hanno Gesù per Signore, è il suo stesso stile: la compassione, la misericordia, la tenerezza. Esse nobilitano il cuore e scendono come olio sulle piaghe di chi è ferito dalla vita”, ha concluso. (aise)