UN’EMIGRAZIONE DIVERSA – DI PIERO PICCARDI

UN’EMIGRAZIONE DIVERSA – di Piero Piccardi

NEW YORK\ aise\ - “Il genio italiano ha sempre cosparso il mondo con tracce evidenti del suo ingegno. Le più visibili e ingombranti, ovviamente, sono quelle lasciate dagli architetti e dagli ingegneri: i romani, nell'antica Roma, hanno disseminato di vestigia tutti i territori che avevano occupato. Alcuni numeri parlano da soli: in Italia si hanno i resti, spesso imponenti, di 93 anfiteatri, su un totale di ben 230, la somma di tutti quelli individuati nei territori che avevano occupato”. Inizia così l’articolo-intervista ad Olimpia Niglio che Piero Piccardi firma per “Oggi 7”, il settimanale del quotidiano “America oggi”.
“E questa tradizione è continuata senza soluzione di continuità: basta pensare al Taj Mahal realizzato da maestranze fiorentine, o ai palazzi disegnati da italiani sulle prospettive di Pietroburgo, oppure - arrivando ai nostri giorni – ai tanti capolavori che Renzo Piano ha progettato in tutti i continenti. Ci sono, però, anche ingegneri e architetti assolutamente meno noti e a rischio di essere dimenticati. Se ne occupa da anni la professoressa Olimpia Niglio, che ha tutti i titoli per muoversi a proprio agio nella materia. Una vera autorità a livello mondiale nel campo del restauro architettonico, che ha insegnato in università italiane e di diversi paesi dell'America Latina. Adesso è titolare della cattedra di storia comparata della architettura all'Università di Hokkaido in Giappone.
D. Olimpia qual è la logica delle tue ricerche sugli architetti Italiani nel mondo?
R. È dal 2010 che recupero la memoria di tanti architetti italiani che hanno svolto la maggior parte della loro attività fuori dai nostri confini, talvolta per motivi razziali, spesso per la mancanza di opportunità di lavoro nel nostro Paese.
D. La tua opera più recente?
R. È appena uscito un libro che ho scritto insieme a Fausto Giovannardi dal titolo “Edgardo Contini (1914 1990). Ingegnere italiano sulla West Coast tra Early Modernism and International style”. La vita di Edoardo Contini, così come tantissime altri importanti storie di italiani all'estero per nulla noti nelle pagine di storia italiana, rappresenta un esempio significativo su cui riflettere per conoscere e valorizzare quanto realizzato dell'emigrazione italiana all'estero, di cui purtroppo si conosce davvero molto poco se non i soliti luoghi comuni. Contini - nato a Ferrara – si era laureato in ingegneria a Bologna nel 1937 e apparteneva alla famiglia dei Finzi Contini, quella narrata da Giorgio Bassani nel suo romanzo “Il giardino dei Finzi Contini”. Nel 1938 aveva lasciato l'Italia a causa delle leggi razziali e si era stabilito in America, prima a New York poi a Chicago, ma infine aveva lavorato principalmente sulla West Coast. Alcune sue opere dimostrano ancora oggi il suo talento, come l'aeroporto di San Luis, diverse abitazioni private, centri residenziali quali Fox Plaza di San Francisco, la Kermin ouse e la Wilshire Terrace di Los Angeles la Midtown Plaza di Rochester.
D. Quali sono i criteri che consentono di individuare le sue opere come genuinamente italiane?
R. Una spiccata attenzione alla qualità e una radicata cultura della socialità: per questo in tutti i suoi lavori inseriva una piazza come luogo di incontro di convivenza e di commistione di culture. Aveva poi un'attenzione particolare per il paesaggio circostante gli edifici che progettava, per arrivare ad un connubio tipico delle nostre realizzazioni.
D. Questa non è la tua prima opera del genere.
R. No, assolutamente. Il volume si inserisce in una collana che dirigo. Si tratta di “Esempi di Architettura” realizzata dalla casa editrice Aracne. All'interno di questa collana si trovano diverse opere, tutte di un filone che noi abbiamo chiamato “la diaspora italiana nel mondo degli architetti”.
D. Quali altri architetti italiani avete individuato e presentato?
R. Siamo partiti dall’America Latina, sulle tracce, ad esempio, di Enzo Levi, fratello dello scrittore e pittore Carlo Levi, molto attivo a Città del Messico, dove la facoltà di architettura dell'università è adesso intestata a suo nome. Di Domenico Parma, che ha cambiato il volto di Bogotà in Colombia; di Enrico Tedesco, che per primo aveva addirittura impostato i programmi di storia dell'architettura in Argentina.
D. Immagino che questa ricerca non finisca qui.
R. No, assolutamente. Adesso sto studiando le opere di artisti italiani nell'estremo Oriente e nel Pacifico, quale Domenico Giorcola, attivo negli Stati Uniti e in Australia. Ma c'è veramente ancora tanto da scoprire. Non si sa nulla, qui in Italia, ad esempio di architetti italiani che in Corea hanno progettato addirittura delle nuove città. C'è molto lavoro da fare, ma più trovi e più ti viene voglia di approfondire.
D. In pratica il tuo lavoro valorizza esempi del successo del made in Italy nel mondo. Questo marito ti viene riconosciuto?
R. Fortunatamente si comincia a dare valore a queste significative presenze italiane all'estero. Di questo va dato merito al nostro Ministero degli esteri, dove alla Direzione generale all’emigrazione si progetta di promuovere nel mondo le biografie e le opere di questi nostri geniali connazionali, per il tramite delle sedi degli Istituti Italiani di Cultura.
Complimenti Olimpia! Con il tuo lavoro sottolinei come il genio italiano contraddistingua tante opere lasciate dagli architetti italiani in tante parti del mondo. Permettimi anche di segnalare che anche noi di ICN radio e di America oggi, nel nostro piccolo, aggiungiamo quotidianamente tanti mattoncini, con i tanti esempi significativi del talento degli italiani all'estero che proponiamo”. (aise) 

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