L’IMPATTO DEL COVID-19 SULLA COMUNITÀ DI BUSINESS ITALIANA IN CINA: SECONDA INDAGINE DELLA CCIC

L’IMPATTO DEL COVID-19 SULLA COMUNITÀ DI BUSINESS ITALIANA IN CINA: SECONDA INDAGINE DELLA CCIC

PECHINO\ aise\ - “Emerge ancora una volta con chiarezza la volontà di riprendere spediti le attività d’affari anche se si è consapevoli che i traguardi economici potranno essere conseguiti solo attraverso una ripresa graduale a causa della complessa situazione mondiale che si è venuta a creare, e nonostante le misure a sostegno messe in atto dal governo cinese”. Così il Presidente della Camera di Commercio Italiana in Cina Davide Cucino commenta i risultati della seconda indagine condotta dalla CCIC dal tema “The impact of the novel Coronavirus Pneumonia on the Italian business community in China”.
A distanza di un mese dalla prima edizione, la Camera è tornata ad interpellare i suoi soci durante la delicata fase di contenimento della diffusione del COVID-19, per seguire l’evoluzione dell’impatto economico dell’epidemia nel 2020 in termini di ricavi, strategie aziendali e attività d’affari sul territorio cinese.
In questa seconda indagine, precisa la Camera, si è inoltre voluto approfondire il loro stato d’animo nel momento altrettanto difficile di diffusione del COVID-19 in Italia. Obiettivo anche comprendere a fondo le priorità della base associativa al fine di avviare nuove iniziative di supporto.
L’INDAGINE. IL PROFILO DEI SOCI
L’indagine è stata condotta dal 18 al 24 marzo 2020 e il campione rispondente, pari a 180 rappresentanti della comunità d’affari, ha confermato grossomodo l’ottima partecipazione riscontrata nella prima edizione.
Le imprese che hanno aderito all’indagine sono presenti su scala nazionale (un numero più significativo di rispondenti è collocato con il 67,21% nell’Est della Cina, a seguire il Nord con il 17,23% e il Guangdong per il 14,44%). In linea con la prima indagine, il campione rispondente riflette le caratteristiche dei soci della CCIC. Si è infatti riscontrato un numero significativo di partecipanti attivi nel settore manifatturiero (il 47,22%) con la pressoché parità di presenza di aziende operanti nel trading/e-commerce e servizi intangibili (B2B, servizi legali, consulenza strategica e fiscale, ecc.).
La dimensione delle aziende partecipanti è per lo più piccola e media (il 28,89% ha meno di 10 dipendenti, il 22,22% ne ha tra 10 e 50), sono tuttavia rappresentate anche aziende più grandi che contano dai 100 ai 500 dipendenti (24.44%), mentre le grandi multinazionali Italiane risultano sotto-rappresentate, una costante di questo tipo di indagini condotte dalla CCIC.
ATTIVITÀ E CRITICITÀ
Dai dati è evidente che i soci della CCIC siano fortemente impegnati nel rilanciare il business in Cina.
Piuttosto positive sono le risposte relative alla filiera di fornitura: oltre il 93% dei soci della CCIC ha ripristinato la propria catena di approvvigionamento (per il 39,44% completamente, per circa il 54% parzialmente) e circa l’80% non ha apportato modifiche ad essa né in Cina né a livello globale nonostante il quadro critico.
Oltre la metà dei soci della CCIC dichiara inoltre che le operazioni siano ritornate alla normalità pur in un contesto di difficoltà legate alle misure di contenimento del COVID-19.
Infatti tra questi più del 27% ammette che, nonostante gli sforzi, le vendite non sono tornate ai livelli pre-crisi.
Nonostante il grande impegno profuso dalle imprese per accelerare il processo di ritorno a pieno regime delle attività d’affari, la prospettiva per l’anno 2020 è piuttosto negativa e colpisce sia le aziende italiane in Cina, che la Sede in Italia.
Circa il 28% del campione prevede infatti una diminuzione dei ricavi globali maggiore del 30%, mentre oltre il 22% è più moderato nella valutazione, ipotizzando una diminuzione dal 10% al 20%. Leggermente più positive sono le previsioni relative alla Cina (il 27% prevede un calo delle vendite che oscilla dal 10% al 20%, il 26% invece prevede un impatto più negativo del 30%). Vi è enorme preoccupazione tra la comunità d’affari italiana in Cina per come si stia sviluppando la situazione in Italia.
Per il 58% l’impatto che l’epidemia avrà sul business delle aziende Italiane in Cina sarà molto serio. Inoltre, in linea con quanto era già emerso nella prima edizione del sondaggio, a risentire più fortemente della crisi legata all’epidemia sono le aziende di piccola e media dimensione (ben 35 aziende su 92 attendono una diminuzione delle vendite maggiore del 30%), e operanti nel settore dei servizi (educazione, turismo etc.), servizi intangibili e commercio.
Le difficoltà individuate dai partecipanti per i prossimi sei mesi sono per lo più contingenti e rientrano in un’ottica di visione a breve termine, ben più legate al mercato che alle misure di contenimento dei governi locali.
Tra queste, è stato espresso da ben il 70% l’attesa di una forte riduzione della domanda, seguita per circa il 47% dal timore di non riuscire a garantire il servizio richiesto al cliente per via di un prolungamento delle limitazioni logistiche, mentre circa il 32% teme difficoltà di approvvigionamento.
La comunità di business italiana in Cina si aspetta il sostegno del Governo Cinese in termini di riduzioni fiscali (per oltre il 66% dei rispondenti), sussidi e politiche chiare e trasparenti (oltre il 42%), mentre dal Governo Italiano maggiore supporto soprattutto in termini di incentivi agli investimenti esteri (oltre il 52%) e agevolazione nell’accesso al credito (per oltre il 40%).
IL COMMENTO
Secondo il Presidente della Camera di Commercio Italiana in Cina Davide Cucino “emerge ancora una volta con chiarezza la volontà di riprendere spediti le attività d’affari anche se si è consapevoli che i traguardi economici potranno essere conseguiti solo attraverso una ripresa graduale a causa della complessa situazione mondiale che si è venuta a creare, e nonostante le misure a sostegno messe in atto dal governo cinese. Speriamo inoltre che si possa trovare presto una soluzione – aggiunge Cucino – per quegli imprenditori che al momento sono impossibilitati a rientrare in Cina e che rappresentano il 23 percento dei rispondenti”. (aise) 

Newsletter
Archivi