Idos: le conseguenze reali del doppio standard semantico expat/“semplici” migranti

ROMA\ aise\ - “L’esodo dei giovani italiani verso l’estero è un fenomeno ormai conclamato, evocato come una questione a tinte fosche da rotocalchi e media di ogni tipo (nuovi e vecchi) e inserito a pieno titolo tra i problemi principali del nostro Belpaese – per antonomasia una delle nazioni con l’età media più alta al mondo, spesso tacciato di essere un Paese di soli anziani e solo per gli anziani. In effetti, non si può negare che la tendenza ad emigrare abbia preso piede da diverso tempo tra le nuove generazioni italiane, rimpinguando le sue fila in maniera crescente anno dopo anno. Secondo i dati ISTAT, i flussi in uscita dei cittadini italiani dal Paese ammontano a 114mila nel 2023 e 156mila nel 2024 (contro 99mila nel 2022). Come nella maggior parte degli episodi di migrazione, anche in questo caso sono i più giovani a partire verso altri lidi. In particolare, tra il 2019 e il 2023 sono espatriati 192mila italiani di età compresa tra 25 e 34 anni, con una perdita – al netto dei rientri – pari a 119mila giovani e, in particolare, a 58mila laureati”.
A scriverne è stata Roberta Maria Aricò, Ricercatrice di IDOS che ha realizzato un’analisi partendo anche dalla sua esperienza, essendo lei stessa stata un’expat che di recente è rientrata in Italia.
“Chi scrive rientra nel novero di coloro che un giorno hanno chiuso la valigia, salutato i propri cari e preso un aereo verso un altro Paese, trasferendosi al di fuori dell’Italia per mettere a frutto i tanti anni di studio e iniziare a costruire una carriera che, ironia della sorte, oggi si svolge in Italia e ruota intorno al tema delle migrazioni – scrive nella sua analisi -. Al di là della dimensione personale e degli aspetti congiunturali di questa esperienza, ci sono degli elementi del mio vissuto particolare che lo inseriscono in una categoria più generale di persone che migrano per lavoro, accomunate da una storia di mobilità privilegiata, da contratti regolari, spesso ben retribuiti e legati a professioni altamente specializzate e dall’utilizzo dell’inglese come principale lingua veicolare pur non essendo solitamente quella più parlata nel Paese di destinazione. Mi riferisco ai cosiddetti expat, abbreviazione di expatriate (in italiano “espatriato”), una parola che può sembrare un sinonimo di migrante ma che nasconde differenze sociali, economiche e normative profonde”.
“La distanza semantica – e non solo – tra le due parole si può misurare in vari modi – spiega Aricò -. Si può ricorrere a categorie analitiche, quali classe, razza e genere, che mostrano come le due categorie rischino di perpetrare nuove forme di colonialismo o coincidano con giudizi di valore essenzializzanti sull’essere o meno dei “buoni” migranti. A tal proposito, è utile citare un esempio ideato da Jones: un ingegnere inglese che lavora per una compagnia petrolifera a Trinidad è un expat, uno straniero (quindi “Altro” rispetto alla popolazione autoctona) che, però, non subisce un processo di marginalizzazione o denigrazione in virtù delle sue competenze tecniche, del suo status socio-economico, nonché del suo incarnato; al contrario, una lavoratrice di Aruba che si trasferisce in Olanda per lavorare in una fattoria è una migrante, quindi non è trattata solo come “Altro” ma anche come qualcuno di socialmente inferiore a causa delle sue origini e delle minori qualifiche richieste per svolgere il lavoro per cui è impiegata. In parole povere, un italiano assunto all’estero nel settore del tech è un expat (anche detto, nel nostro caso, “cervello in fuga”), mentre un lavoratore agricolo bangladese o una colf filippina sono dei semplici migranti”.
“La differenza tra expat e migranti emerge anche a livello normativo – dove, però, le politiche migratorie e i quadri di legge vigenti non sfuggono alle chiavi di lettura menzionate in precedenza, come dimostra il modo in cui la nazionalità di chi migra influisce sulle modalità stesse di migrazione consentite, nonché sulla percezione che il singolo ha dei confini statali e della loro flessibilità – aggiunge ancora la ricercatrice -. La parola expat figura di rado nel dettato legislativo e nei documenti di policy, venendo spesso sostituita da espressioni differenti ma equipollenti. Si preferisce parlare di talenti globali, di impiegati altamente qualificati e, di recente, di lavoratori da remoto e nomadi digitali – sottocategoria di expat che lavorano mentre viaggiano per il mondo e che, quindi, percepiscono i confini tra un Paese e l’altro come qualcosa di estremamente poroso. L’esperienza cambia per chi non rientra in questo gruppo privilegiato, per cui, invece, i confini si ergono sempre più spesso come muri invalicabili. Gli expat sono ricercati in maniera proattiva dagli Stati, mentre gli altri migranti vengono, nella migliore delle ipotesi, richiesti per un periodo di tempo limitato (atto al soddisfacimento di un bisogno specifico, come nel caso del lavoro stagionale) e, in quella peggiore, contenuti, respinti o cacciati. Nel primo caso si parla della capacità attrattiva e ritentiva dei Paesi, nel secondo di meccanismi di previsione dei flussi, di esternalizzazione delle frontiere e di procedure di rimpatrio”.
“Se l’esigenza di attrarre e trattenere lavoratori giovani e altamente qualificati (due elementi che spesso vanno a braccetto) è indubbia, la divisione in compartimenti stagni tra migranti di serie A e di serie B e la conseguente applicazione di un doppio standard provoca ripercussioni importanti sia su chi afferisce alle due categorie sia sulle comunità in cui questi si inseriscono. Ne sono un esempio le diverse (e ossimoriche) pretese di integrazione che li riguardano – aggiunge ancora nella sua analisi la ricercatrice IDOS -. Vivendo il proprio periodo all’estero come una fase più transitoria che definitiva, accade di rado che gli expat si integrino nel tessuto sociale del Paese in cui si trasferiscono, creando una bolla internazionale parallela, con standard di vita differenti e un potere d’acquisto talvolta maggiore rispetto alla popolazione locale – spesso additato come uno dei motivi dietro la crisi abitativa e i processi di gentrificazione in corso in varie città (europee e non) ma scusato con la promessa di una più alta competitività e produttività economica veicolata dalla loro presenza. Quando, però, l’integrazione riguarda i “semplici” migranti, il discorso assume dei toni differenti, diventando un imperativo da perseguire pena la perdita dell’etichetta di “buon forestiero” (o del “migrante meritevole”, più diffuso in letteratura) e la disapprovazione che si riserva tipicamente a chi viene qui e non impara la lingua, sta solo con i propri connazionali e non partecipa agli usi e i costumi nostrani”.
“Il quadro tratteggiato non mira a demonizzare i primi a vantaggio dei secondi – concluse Aricò -. Al contrario, è piuttosto un invito a prendere coscienza di un privilegio concreto, che è al tempo stesso creato e consolidato dal linguaggio; che è nutrito da dinamiche sociali che operano silenziosamente e perpetrato da pratiche e politiche compiacenti; e che, soprattutto, è troppo spesso goduto con leggerezza, senza una riflessione critica sulla facilità di spostamento che questo concede ad alcuni e sui meccanismi gerarchici ed escludenti che genera per gli altri, rendendoli così Altri”. (aise)