Viva l’Italia del baseball, squadra della diaspora – di Matteo Bracciali

ROMA\ aise\ - Indossano l’azzurro, ma quasi nessuno è nato in Italia. Eppure raccontano una storia profondamente italiana. La nazionale di baseball che ha sorpreso il mondo al World Baseball Classic 2026 (ieri la sconfitta in Semifinale contro il Venezuela, ndr) è infatti, prima di tutto, una squadra costruita nella diaspora.
Molti dei suoi protagonisti non sono nati in Italia: nel roster di trenta giocatori ben ventidue sono italoamericani, cresciuti negli Stati Uniti e formati nel sistema della Major League Baseball. Il lanciatore Greg Weissert, protagonista nella vittoria contro gli Stati Uniti dopo aver eliminato Aaron Judge con un changeup imprendibile, è nato a Bay Shore, nello stato di New York. Come lui anche il capitano Vinnie Pasquantino, l’esterno Sal Frelick, l’interbase Nicky Lopez e il giovane Dante Nori hanno conosciuto l’Italia soprattutto attraverso le storie familiari e le radici dei nonni. Quelle radici, però, sono diventate il punto di forza di un progetto sportivo lungimirante. La nazionale italiana ha infatti scelto di valorizzare una caratteristica che appartiene alla storia del paese: l’esistenza di una vastissima comunità italiana nel mondo.
Il progetto ha preso slancio nel 2019 con l’arrivo alla guida della nazionale di Mike Piazza, leggenda della MLB e membro della Hall of Fame, che grazie alla sua rete di relazioni nel baseball americano ha convinto molti giocatori di origine italiana a indossare la maglia azzurra. Nel 2023 l’Italia aveva già raggiunto per la prima volta i quarti di finale del torneo. L’attuale manager Francisco Cervelli ha continuato su quella strada, consolidando un gruppo sempre più competitivo, arricchito anche dalla presenza nello staff di figure di primo piano della MLB come Jorge Posada, Dave Righetti e Sal Fasano. Il risultato è una squadra che, pur nata in gran parte fuori dall’Italia, sembra rappresentarne una versione globale.
Non solo perché i giocatori condividono un’origine familiare italiana, ma anche perché hanno costruito una narrazione capace di rendere visibile e riconoscibile quella identità. Il simbolo è diventato il rituale ideato dal capitano Pasquantino: dopo ogni fuoricampo il compagno di squadra indossa una giacca Armani, beve un espresso e riceve due baci sulle guance. In panchina è stata installata persino una macchina per il caffè espresso, che durante il torneo viene decorata con i numeri dei giocatori che hanno segnato fuoricampo. Il manager Cervelli ha spiegato con ironia che in Italia si beve caffè continuamente: si entra in un bar, si prende un espresso, si scambiano due parole e poi si riparte. È un’immagine volutamente stereotipata dell’italianità, ma anche una narrazione immediatamente leggibile per il pubblico americano, capace di generare simpatia e viralità.
In questo senso la nazionale italiana di baseball sta facendo qualcosa che nello sport internazionale conta sempre di più: costruire un’identità riconoscibile, trasformando l’appartenenza culturale in una parte del prodotto sportivo. Dietro ai risultati – le vittorie contro Stati Uniti e Messico e il primo posto nel girone più difficile del torneo, poi la semifinale – c’è quindi anche una storia più ampia, che riguarda il modo in cui oggi si definisce una nazionale. Il modello tradizionale, fatto di giocatori nati e formati nello stesso paese che rappresentano, convive sempre più con realtà globali, dove le identità sportive si costruiscono attraverso le comunità diasporiche e le seconde generazioni.
È una squadra che si allena e compete nel sistema professionistico americano, che parla soprattutto inglese, ma che trova nell’eredità della diaspora italiana il proprio elemento unificante. In campo non c’è soltanto una nazionale: c’è una parte della grande comunità italiana nel mondo che torna simbolicamente a riunirsi sotto la stessa maglia. Ed è forse proprio questa dimensione globale a rendere il progetto così interessante.
Perché dimostra che l’Italia non è soltanto un territorio, ma anche una rete di storie familiari, di discendenze e di identità condivise che attraversano generazioni e continenti. In questo senso la nazionale di baseball non rappresenta un’eccezione, ma piuttosto una fotografia fedele di ciò che l’Italia è diventata nel mondo. E forse anche per questo quella maglia azzurra, indossata da giocatori nati a migliaia di chilometri di distanza, riesce comunque a sembrare sorprendentemente autentica. (Matteo Bracciali*\aise)
* Vicepresidente FAI - Federazione ACLI Internazionali