Uno sguardo melanconico

ROMA\ aise\ - La storia della pittura, declinata al femminile, soffre, tra i non addetti al settore, di tutt'altro che infrequenti zone d'ombra: al di là di Artemisia Gentileschi, Berthe Morisot (al proposito mi è caro citare il bellissimo “Le impressioni di Berthe”, della compianta Stella Stollo) e Tamara de Lempicka, sono pochi (ahimè, me compreso) a conoscere la ricchezza, specie in epoca barocca, di pittrici di grande talento che hanno lasciato notevole messe di opere importanti. Che a contribuire alla cosa abbia giocato l'ingombrante presenza di un “mostro sacro/profano” come Caravaggio, oltre ad autori straordinari come il Reni, il Correggio ed altri, o l'inestirpabile misoginia che ancora resiste a distanza di cinque secoli, è in fondo ininfluente ai fini del risultato finale.
Rita Sacconi, col suo appassionante “Lo sguardo sfuggente di Ginevra”, ci regala un importante contributo nel restituire, sotto veste di romanzo, vita, colore e dignità d'artista a Ginevra Cantofoli, il cui affascinante ritratto di ragazza con il turbante bianco campeggia sulla copertina.
Con un collaudato artifizio letterario iniziale, l'autrice ci accompagna per le strade e le emozioni della Bologna del 600, senza trascurare i romanzeschi intrecci di vite con gli artisti dell'epoca, compresa la contemporanea e più nota Elisabetta Sirani. In un commovente dialogo postumo con la figlia Orsolina, Ginevra acquista, dalla bozza iniziale, sempre più colore e consistenza, come se i chiaroscuri, il dinamismo e l'illusionismo tipici della pittura dell'epoca, lascino progressivamente spazio alla figura reale, al suo legame col passato, ai suoi sentimenti più autentici e alla sua straordinaria qualità d'artista.
Del resto, non è un caso se il suo quadro più noto già citato, sia stato a lungo considerato opera del “divino” Guido Reni: la giovane, con uno sguardo forse più melanconico che sfuggente, sembra regalare all'osservatore tutta l'indecisione custodita in quell'età imprecisa tra adolescenza e giovinezza: non più bambina, non ancora donna, offre al mondo la sua fragilità e, forse, i suoi sogni.
Rita Sacconi, ha saputo raccontarci magistralmente, con un linguaggio sempre curato e perfettamente adeguato all'epoca, la storia di una donna che, nella Bologna che usciva dall'orrore della peste, ha avuto il coraggio di cimentarsi, con risultati straordinari, in un'arte quasi esclusivamente di dominio maschile, senza rinunciare alla grazia ed alla sensibilità che le erano proprie.
Difficile chiedere di più ad una scrittrice, in questi tempi in cui l'umanità, che dovrebbe accomunarci senza distinzioni, è sempre più messa in discussione. (vanni spagnoli\aise)