Il destino del mondo in mano ad uno Stato cattivo? Una riflessione – di Yari Lepre Marrani

Official White House - Photo by Daniel Torok

ROMA\ aise\ - Lo scontro telefonico intercorso lo scorso lunedì tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu rappresenta un punto di rottura non soltanto formale, ma profondamente strutturale nelle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente.
L'indiscrezione giornalistica lanciata da Axios – e successivamente confermata dallo stesso Trump durante un'intervista al podcast Pod Force One – ha svelato i dettagli di un colloquio tra i più violenti e cinici della storia diplomatica recente. Poche ore dopo l'ordine di Netanyahu di colpire duramente il quartiere di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, Trump ha aggredito verbalmente il premier israeliano definendolo "fottutamente pazzo" ("fuking crazy") e accusandolo di ingratitudine: “Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per quello che sta succedendo”.
Dietro la foga retorica e gli insulti si cela una fitta trama di calcoli geopolitici, ipocrisie strutturali e azzardi strategici che rischiano di trascinare l'intero scacchiere globale in una spirale bellica fuori controllo.
LA STRATEGIA DEL CAOS DI NETANYAHU: IL LIBANO E LA SPINTA ALL'ISOLAMENTO
L'ordine di intensificare i bombardamenti su Beirut e di estendere le operazioni di terra nel Sud del Libano risponde a una logica politica interna ben precisa per Netanyahu, ma disastrosa sul piano internazionale. Da mesi l'azione militare israeliana si è spinta oltre i confini di Gaza, investendo il Libano e colpendo in modo sistematico posizioni della missione UNIFIL (compreso il contingente italiano).
Sotto il profilo analitico, gli attacchi in Libano e il coinvolgimento di assetti delle Nazioni Unite non rispondono a una mera necessità tattica di sicurezza, bensì al tentativo deliberato di esasperare il conflitto globale per scopi di sopravvivenza politica.
• La dottrina della "guerra perpetua": Per Netanyahu, il prolungamento e l'allargamento del conflitto a un secondo fronte (e il potenziale scontro diretto con l'Iran) rappresentano l'unico strumento per procrastinare la caduta del suo governo, evitare il giudizio della magistratura interna sui casi di corruzione che lo pendono e silenziare le piazze israeliane che chiedono elezioni anticipate.
• L'attacco alla legalità internazionale: Colpire l'UNIFIL significa delegittimare lo strumento d'interposizione dell'ONU, mandando un messaggio chiaro alla comunità internazionale: Israele non riconosce alcuna autorità al di fuori della propria determinazione militare.
Questo atteggiamento ha generato un progressivo e drammatico isolamento diplomatico dello Stato ebraico, trasformandolo, come lo stesso Trump ha brutalmente evidenziato nel colloquio, in un soggetto percepito negativamente dall'opinione pubblica globale, erodendo anche lo storico capitale di simpatia e sostegno dell'Occidente.
L'IPOCRISIA STRATEGICA DI DONALD TRUMP: IL FATTORE IRAN
L'ira di Donald Trump non nasce da un'improvvisa conversione umanitaria o da un sussulto di empatia verso le vittime civili libanesi. La reazione della Casa Bianca è squisitamente utilitaristica.
Nelle settimane precedenti, l'amministrazione Trump stava conducendo stringenti e riservati negoziati con Teheran, finalizzati a raggiungere un accordo preliminare per sbloccare i porti iraniani, riaprire lo Stretto di Hormuz e congelare il programma nucleare in cambio di un parziale allentamento delle sanzioni economiche. Un successo diplomatico di questa portata avrebbe garantito a Trump un enorme ritorno d'immagine in vista delle prossime elezioni di metà mandato, oltre a stabilizzare temporaneamente i mercati energetici globali.
L'improvvisa escalation ordinata da Netanyahu su Beirut ha fatto saltare il tavolo: l'Iran ha immediatamente minacciato di abbandonare i negoziati con Washington se le operazioni israeliane in Libano non fossero cessate, ponendo la tregua a Beirut come conditio sine qua non. Di fatto, l'azzardo di Netanyahu ha sabotato la macro-strategia diplomatica americana. La sfuriata di Trump – che ha temporaneamente costretto l'IDF a fare parziale marcia indietro sui piani di radere al suolo Dahiyeh – dimostra come l'alleanza tra Washington e Tel Aviv non sia un blocco monolitico, ma un perenne gioco di ricatti incrociati.
IL RUOLO DELL'IRAN: UNA POSTURA SPECULARE
In questo scenario, la reazione di Teheran si inserisce in una logica di deterrenza geopolitica consolidata. Ponendo il veto sui negoziati con gli Stati Uniti a causa dei bombardamenti sul Libano, la Repubblica Islamica rivendica il proprio ruolo di potenza egemone regionale e garante dell'Asse della Resistenza (di cui Hezbollah è la colonna portante).
La minaccia iraniana di interrompere il dialogo non è un atto di irrazionalità bellicosa, ma un calcolo geostrategico: costringere gli Stati Uniti a esercitare una pressione diretta ed esplicita sul governo israeliano. Teheran sa perfettamente che Trump necessita di un successo diplomatico immediato e usa questa leva per salvaguardare le strutture di comando di Hezbollah a Beirut, dimostrando la vulnerabilità della politica estera americana, perennemente ostaggio delle iniziative di Tel Aviv.
L'ASSE TRUMP-NETANYAHU: UN PERICOLO SISTEMICO GLOBALE
Il quadro storico-politico che emerge da questa crisi evidenzia come la partnership profonda tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu non rappresenti un fattore di stabilità, ma un elemento di grave pericolo sistemico per l'ordine globale.
Sebbene i due leader si siano scontrati duramente sulla gestione dei tempi del conflitto in Libano, la loro convergenza ideologica e metodologica poggia sulla sistematica demolizione del multilateralismo e del diritto internazionale.
Durante il suo primo mandato, Trump ha assecondato ogni richiesta storica della destra israeliana (dallo spostamento dell'ambasciata a Gerusalemme al riconoscimento della sovranità sul Golan), alimentando l'illusione di Netanyahu di poter agire nell'assoluta impunità geopolitica. Oggi, quel "passato di favori" viene rinfacciato da Trump in chiave squisitamente transazionale (“Saresti in prigione se non fosse per me”), riducendo la politica estera della superpotenza atomica americana a un regolamento di conti personale tra leader populisti.
Quando la sicurezza collettiva, l'incolumità dei contingenti di pace internazionali e i destini di interi popoli dipendono dagli umori, dai risentimenti personali e dalle scadenze giudiziarie di due soli uomini, l'intero sistema delle relazioni internazionali vacilla. Lo scontro di lunedì scorso non è stato un episodio di fermezza diplomatica, ma la plastica dimostrazione che l'anarchia geopolitica mediorientale è ormai entrata in una fase di non ritorno, dove persino l'apprendista stregone di Washington fatica a controllare la creatura bellica che ha contribuito a nutrire.
L'OSTACOLO INSORMONTABILE ALLA DISTENSIONE GLOBALE: COME NETANYAHU SABOTA IL DIALOGO OCCIDENTE-IRAN
La furia di Donald Trump, al di là del folklore verbale, solleva il velo sulla conseguenza geostrategica più grave della condotta di Benjamin Netanyahu: la sistematica e deliberata distruzione di qualsiasi canale diplomatico tra l'Occidente e la Repubblica Islamica dell'Iran.
Mentre la Casa Bianca tentava faticosamente di tessere una complessa trama negoziale con Teheran – volta a ottenere concessioni storiche sul congelamento del programma di arricchimento dell'uranio e sulla sicurezza delle rotte commerciali globali – l'escalation unilaterale israeliana in Libano ha agito come un detonatore mirato a far saltare il tavolo. Ponendo l'Iran nella condizione politica e interna di dover scegliere tra il dialogo con il "Grande Satana" americano e la sopravvivenza stessa della sua rete di procure regionali (l'Asse della Resistenza), Netanyahu ha blindato le porte della diplomazia.
Non si tratta di un effetto collaterale non calcolato, ma di un preciso obiettivo strategico. Per il premier israeliano, un accordo di distensione tra Washington e Teheran rappresenterebbe il peggiore degli incubi: il ritorno dell'Iran nel consesso delle nazioni, la fine del suo isolamento economico e, di conseguenza, il ridimensionamento della centralità geopolitica di Israele come unico baluardo occidentale in Medio Oriente.
Sotto il profilo analitico, la dottrina Netanyahu si basa su un postulato rigido: l'Iran deve rimanere eternamente lo "Stato canaglia" da combattere, poiché solo la minaccia di un conflitto imminente giustifica l'impunità internazionale di cui il suo governo ha goduto per anni. Sabotando il dialogo Occidente-Iran, Gerusalemme non sta solo difendendo i propri confini, ma sta attivamente privando la comunità internazionale dell'unico strumento in grado di disinnescare, in via definitiva, la bomba a orologeria del Medio Oriente.
LE COLPE POLITICHE E MORALI DEL PREMIER: LA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA SOPRAVVIVENZA
Il collasso dei negoziati non è che il riflesso speculare di una profonda crisi morale che attanaglia la leadership israeliana. Il giudizio storico su Benjamin Netanyahu non potrà prescindere da una colpa etica fondamentale: l'aver subordinato la sicurezza collettiva, il diritto internazionale e il valore della vita umana (sia essa dei civili libanesi, palestinesi o dei militari delle missioni di pace ONU come l'UNIFIL) alla propria personale sopravvivenza giudiziaria e politica.
Sotto la sua guida, la politica di sicurezza di Israele si è svuotata di qualsiasi visione strategica a lungo termine per ridursi a pura tattica di logoramento.
1. Sul piano politico, la colpa risiede nell'aver scientemente alimentato l'estremismo radicale, preferendo la gestione cinica del conflitto perpetuo alla faticosa costruzione di un'architettura di pace regionale. L'illusione che la forza militare asimmetrica potesse, da sola, cancellare le rivendicazioni geopolitiche dei popoli confinanti è drammaticamente fallita.
2. Sul piano morale, la responsabilità è ancora più pesante. Ordinare la sistematica distruzione di interi quartieri urbani come Dahiyeh, minacciare la sovranità di Stati sovrani e aggredire i contingenti di pace internazionali configura un totale disprezzo per le regole minime della coesistenza globale.
Netanyahu ha trascinato il suo stesso Paese in una spirale di odio che rischia di compromettere per generazioni la legittimità morale dello Stato ebraico agli occhi del mondo. La cinica ammissione di Trump – «Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per quello che sta succedendo» – fotografa la realtà di un leader che, nel tentativo di salvare se stesso dalla prigione, ha preso in ostaggio il destino del proprio popolo e la stabilità del mondo intero, trasformando una nazione nata dalle ceneri della storia novecentesca in un paria internazionale isolato e temuto: in sintesi, uno “Stato cattivo” sullo scenario internazionale. (yari lepre marrani*\aise)
* scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico
Sull'Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Collabora con il quadrimestrale dell'AMI (Associazione Mazziniana Italiana) e Il Pensiero Mazziniano.