Tajani all’Onu: non dobbiamo abituarci alla guerra

NEW YORK\ aise\ - “Non dobbiamo abituarci alla guerra. Perché ci si abitua prima alle parole, poi alle immagini, infine alle vittime. E quando la guerra diventa un’abitudine, la pace rischia di apparire un miraggio. Noi non ci rassegniamo”. Il ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, intervenendo ieri di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha fatto proprio il monito di Papa Leone XIV. “Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica. Questo è il messaggio che l’Italia porta oggi alle Nazioni Unite”.
“Questa è la missione della diplomazia italiana: costruire ponti, aprire strade, tenere vivo il dialogo anche quando sembra impossibile”, ha ribadito Tajani. “Lavorare per la pace, il benessere e la crescita, perché la crescita genera prosperità e la prosperità consolida la pace”.
“Ucraina, Medio Oriente, Golfo, Sudan, Sahel non sono crisi separate”, ha proseguito il ministro. “Non lo sono le guerre commerciali, la competizione sull’intelligenza artificiale, gli attacchi ibridi e le loro conseguenze economiche e sociali. Non lo è il terrorismo in tutte le sue molteplici forme che continuiamo a combattere ovunque nel mondo. Tutti fronti diversi di un’unica grande trasformazione: l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale sta cedendo. Era un ordine imperfetto. Non ha impedito guerre, ingiustizie e sofferenze. Oggi quell’equilibrio è spezzato e la storia, che qualcuno aveva dichiarato finita, ha ripreso a correre. Ma ogni corsa ha bisogno di un traguardo. E il nostro compito non può essere quello di assistere passivamente alla frammentazione del mondo; deve essere quello di costruire un nuovo quadro di regole, responsabilità e cooperazione capace di governare il cambiamento”.
Tale cambiamento, ha evidenziato Tajani, “nascerà soltanto dalla volontà politica, dal confronto tra le nazioni, dalla consapevolezza dei popoli e dalla capacità delle istituzioni multilaterali di ritrovare una missione all’altezza dei tempi”. Per questo “le Nazioni Unite non possono limitarsi a registrare le divisioni del presente. Devono avere l’ambizione di immaginare il futuro. Devono saper riconoscere i propri limiti, superare le proprie paralisi e riformare i propri strumenti, senza rinunciare alla loro ragion d’essere più profonda: essere il luogo in cui il conflitto lascia spazio al dialogo, la contrapposizione alla diplomazia, la paura alla ricerca di soluzioni condivise”.
“Le Nazioni Unite restano il luogo più universale di questa aspirazione” e l’Italia, ha assicurato Antonio Tajani, “crede in questa istituzione, nel suo valore nella sua centralità. E crede nella pace, che resta la stella polare della politica estera italiana”.
Così come crede nel dialogo, ha sottolineato ancora il ministro. “Dialogare non è segno di debolezza e non significa essere neutrali. L’Italia sa bene dove stare: la nostra casa è l’Europa, la nostra alleanza è l’Occidente, i nostri valori sono la libertà, la democrazia e la dignità della persona. Eppure, appartenere all’Occidente non equivale a chiudersi in una fortezza. Impone di usare la forza dei nostri valori per incontrare gli altri, costruire partenariati paritari e ricucire i fili di un sistema internazionale che rischia di precipitare nel caos. L’Unione Europea, il G7 e l’Occidente, di cui siamo fieri di fare parte, non devono essere percepiti come muri. Devono essere ponti. È questo il senso del corridoio economico e logistico IMEC, destinato a collegare l’Europa alla grande regione dell’Indo-Mediterraneo”.
“Lo stesso principio guida il nostro rapporto con l’Africa, priorità strategica dell’Italia e grande partner del nostro secolo”, ha continuato Tajani, ricordando che il Piano Mattei, che coinvolge 18 Paesi, “nasce da un’idea semplice: non decidere per l’Africa, ma decidere con l’Africa. Non è assistenza calata dall’alto, ma partenariati tra pari nell’agricoltura e nell’energia, nella formazione, nelle infrastrutture, nel settore farmaceutico”.
“È con questo spirito, difendendo il diritto a non emigrare, che lottiamo contro i trafficanti di esseri umani sfruttatori della povertà”, ha affermato Tajani. “Accordi con i Paesi di origine e di transito servono a contrastare l’immigrazione irregolare mentre formazione e inserimento nel mondo del lavoro contribuiscono alle migrazioni regolari”.
“Un mondo così complesso come quello di oggi può essere governato soltanto in due modi: con regole condivise oppure con la legge del più forte. L’Italia ha scelto” “sta dalla parte delle regole, del dialogo, della politica”, ha rivendicato il ministro. “Per questo abbiamo condannato e continuiamo a condannare l’aggressione russa all’Ucraina. Continueremo a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo che sarà necessario, ma lavoriamo per una pace giusta e perché la Russia, in prospettiva, possa tornare a essere un interlocutore e non una minaccia per l’Europa”. Russia che, però, ha sottolineato Tajani, “non può sottrarsi alle proprie responsabilità”.
Gli stessi principi di pace e dialogo ispira la politica estera italiana in Medio Oriente, dove, ha detto ancora una volta il ministro, “la pace potrà nascere soltanto dalla soluzione “due popoli, due Stati””. Nel frattempo “a Gaza la tregua ha rallentato i combattimenti, non ancora la sofferenza. Ora non c’è un minuto da perdere. La tregua deve essere consolidata, gli aiuti umanitari devono entrare senza ostacoli e il disarmo di Hamas deve diventare realtà. L’Italia ha impegnato fin dal primo giorno le proprie eccellenze della solidarietà. Con Food for Gaza abbiamo portato cibo e beni di prima necessità raccolti dai nostri agricoltori. Abbiamo accolto e curato bambini feriti e fragili. Abbiamo aperto università e centri di ricerca ai giovani palestinesi, perché un futuro Stato ha bisogno anche di una futura classe dirigente”.
Quanto al Golfo e allo stretto di Hormuz, “bisogna rilanciare il dialogo e chiedere all’Iran di abbandonare ogni minaccia nucleare e ogni politica aggressiva verso gli altri Paesi della Regione”.
Sono tante, 61 ne ha contate Tajani, le guerre in corso in tutto il mondo. “Con la guerra arretrano i principi sui quali abbiamo costruito ottant’anni di relazioni internazionali: il divieto dell’uso della forza, il diritto umanitario, la libertà e la sicurezza della navigazione”, ha riflettuto il ministro, che ha poi rivolto la sua attenzione ad un’altra e più subdola guerra, quella tecnologica.
“Siamo all’alba di una rivoluzione tecnologica che sta già riconfigurando il modo in cui viviamo, lavoriamo, produciamo e prendiamo decisioni: la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Le grandi invenzioni del passato impiegarono secoli per trasformare il mondo. L’intelligenza artificiale ci sta riuscendo in pochi anni. Chi controllerà queste tecnologie avrà un vantaggio enorme su chi resterà indietro. Il rischio”, per Tajani, “è che nascano nuove disuguaglianze, nuove dipendenze e nuove forme di potere o nuove forme di dominio”.
“Governare l’innovazione non significa demonizzarla”, ha però precisato Tajani. “L’intelligenza artificiale può spalancare possibilità che oggi sono inimmaginabili: nella medicina, nella ricerca, nell’istruzione, nella produzione, nella tutela dell’ambiente. Ogni grande progresso tecnologico ha creato timori, ma anche opportunità e, nel tempo, maggiore benessere. Tornare indietro non è possibile e non sarebbe desiderabile. Ma non possiamo neppure consegnare il futuro a una tecnologia senza regole. Non servono gabbie burocratiche che soltanto alcuni rispetterebbero. Serve invece un equilibrio tra trasparenza, controllo, sicurezza e tutela della proprietà intellettuale. Serve condividere i benefici dell’innovazione e costruire strumenti di controllo reciproco. Questo è esattamente il compito delle Nazioni Unite: definire regole comuni prima che siano gli eventi, o i più forti, a imporle”.
D’altronde, ha ricordato il ministro Tajani, le Nazioni Unite nacquero nel 1945 “per impedire che la violenza diventi l’unica legge”. Oggi, però, “per restare fedeli a quella missione, devono ritrovare la capacità di decidere e soprattutto di agire”. Tajani lo ha detto senza mezzi termini: “troppo spesso questa Organizzazione appare impotente. Da troppo tempo la sua riforma è bloccata da interessi contrapposti. L’Italia vuole un Consiglio di Sicurezza più legittimo, rappresentativo e responsabile davanti a tutti gli Stati membri. Non un club ancora più esclusivo ma uno dei pilastri di un rinnovamento profondo delle Nazioni Unite che auspichiamo il nuovo segretario generale voglia perseguire, per renderle capaci di decidere e agire quando è ancora possibile cambiare gli eventi. L’Italia ha sempre fatto la propria parte e continuerà a farla”. (aise)