5.255.503 CITTADINI STRANIERI IN ITALIA

5.255.503 CITTADINI STRANIERI IN ITALIA

ROMA\ aise\ - Sono 5.255.503 i cittadini stranieri residenti in Italia, pari all’8,7% della popolazione residente. Le prime 10 collettività rappresentate sono Romania, Albania, Marocco, Cina Ucraina, Filippine, India, Bangladesh, Moldova ed Egitto. I cittadini italiani di origine straniera sono, nel 2018, 1,5 milioni.
Questi alcuni dati del Dossier Statistico Immigrazione 2019, presentato oggi a Roma e in contemporanea in molte città d’Italia. Un documento che, redatto dal Centro Studi Idos, in partenariato con il Centro Studi e Rivista Confronti, esce dopo mesi di sovraesposizione politica, mediatica e sociale dei migranti, ingiustamente considerati come causa di molti problemi e disfunzioni endemici e strutturali al sistema paese.
Giunto alla sua 29esima edizione, cofinanziata dall’Otto per mille della Chiesa Valdese - Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, al Dossier hanno contribuito decine di studiosi ed esperti in materia.
Dopo una lunga parte dedicata agli sbarchi e a quanto i decreti sicurezza abbiano influito sugli arrivi via mare, il Dossier esamina la distribuzione della popolazione immigrata nel Paese, soffermandosi su vari indicatori, tra cui lavoro, previdenza e rimesse, ma anche reati e difficoltà.
I DATI DEL RAPPORTO
“Nel più ristretto contesto dell’Unione europea, che a inizio 2018 conta al suo interno una popolazione straniera di 39,9 milioni di persone, il 7,8% dei 512 milioni di abitanti complessivi, con i suoi 5.255.503 l’Italia si colloca al terzo posto per numero di stranieri residenti, dopo la Germania (9,7 milioni) e il Regno Unito (6,3 milioni), precedendo la Francia e la Spagna (rispettivamente con 4,7 e 4,6 milioni).
Anche per quel che riguarda l’incidenza dei residenti stranieri sulla popolazione complessiva, diversi altri paesi comunitari, anche più piccoli, ne conoscono una molto più alta di quella italiana (dall’11,7% della Germania al 9,8% della Spagna, al 12,0% del Belgio al 15,7% dell’Austria, fino a ben il 47,8% del Lussemburgo).
Inoltre, tra gli stranieri residenti in Italia, all’aumento netto di 111.000 presenze rispetto all’anno precedente hanno contribuito anche i 65.400 bambini nati nel corso del 2018 da coppie straniere già presenti nel paese, i quali non sono quindi “immigrati”.
Anche il loro numero, comunque, continua a calare insieme a quello delle nuove nascite nel loro complesso: 439.700 nel 2018, il livello più basso registrato da decenni, delle quali poco più di un settimo riferite a genitori stranieri (14,9%). È un dato preoccupante, che conferma l’inesorabile declino demografico dell’Italia, prossima ad avere oltre un terzo della popolazione complessiva con più di 65 anni e giovani minorenni solo ogni 8 abitanti.
La metà degli stranieri residenti in Italia è di cittadinanza europea (50,2%), poco più di un quinto è di origine africana (21,7%), gli asiatici coprono un altro quinto delle presenze (20,8%), mentre è americano (soprattutto latino-americano) 1 residente straniero ogni 14.
I più numerosi (più dell’intera provenienza dall’Africa) sono i romeni, che con 1.207.000 residenti continuano a rappresentare la prima collettività estera in Italia, precedendo di gran lunga i 441.000 albanesi, i 423.000 marocchini e, a maggiore distanza, i 300.000 cinesi e i 239.000 ucraini.
Dal 2016 è praticamente statico anche il numero dei soli soggiornanti non comunitari, pari a 3.717.000 persone: dei 242.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2018, più della metà dei quali per motivi familiari, quasi 40.000 hanno riguardato presenze temporanee, come studio e lavoro stagionale, e diversi si riferiscono a persone o nate in Italia nell’anno o che, già presenti nel paese, hanno effettuato una conversione del motivo del proprio permesso di soggiorno, e non a nuovi ingressi effettivi. Questi ultimi sono stati compensati sia dagli stranieri che nel 2018 hanno lasciato l’Italia (sicuramente più numerosi delle loro 40.000 cancellazioni per l’estero registrate dalle anagrafi), sia dai 112.500 che nello stesso periodo hanno acquisito la cittadinanza italiana.
UN RADICAMENTO DISCONOSCIUTO
A segnali di sempre più grande stabilizzazione e radicamento da parte della popolazione straniera in Italia, continuano a fare da contrappunto dinamiche e politiche di esclusione e discriminazione che disconoscono il carattere strutturale dell’immigrazione nella società italiana. Da una parte è certamente significativo, ad esempio, che ben il 60,1% dei non comunitari regolarmente soggiornanti, ovvero 2.233.000 di essi, abbia un permesso di durata illimitata, e quindi uno status legale stabile, e che dei restanti titolari di permessi a termine, ben 3 su 4 ne abbiano uno o per motivi di famiglia (46,9%) o per lavoro (29,7%), ossia per ragioni che sottintendono comunque un radicamento nel paese.
Come pure è notevole, da una parte, che il numero totale di stranieri che finora hanno acquisito la cittadinanza italiana ammonti a quasi un milione e mezzo; e, d’altra parte, che i residenti stranieri che sono nati in Italia siano già più di un quinto del totale, ovvero circa 1.100.000 persone, le quali sono quindi “straniere” solo da un punto di vista giuridico. Ben la metà di queste ultime, pari a 531.000 individui, è costituita da giovani che siedono sui banchi delle scuole italiane e che costituiscono ormai quasi i 2 terzi (63,1%) degli 842.000 alunni stranieri complessivi, i quali a loro volta rappresentano un decimo (9,7%) di tutta la popolazione scolastica in Italia.
DISCRIMINAZIONI NELL’INSERIMENTO SOCIALE E NELL’ACCESSO AL WELFARE
Nonostante questa evidente organicità al tessuto sociale del paese, in Italia la popolazione straniera viene ancora penalizzata o discriminata sotto diversi punti di vista.
I pregiudizi si appuntano ancora molto sulle appartenenze religiose, sebbene proprio in questo caso quella più stigmatizzata, la musulmana, sia ben lungi dall’essere maggioritaria, giacché riguarda un terzo (33,0%) degli stranieri residenti in Italia, ovvero 1.733.000 persone, mentre la maggioranza è costituita da cristiani (2.742.000, pari al 52,2% del totale). Tra costoro prevalgono gli ortodossi (1.538.000, pari a 3 residenti stranieri ogni 10), seguiti dai cattolici (930.000, oltre un sesto dell’intera popolazione straniera) e dai protestanti (232.000 e circa un ventesimo del totale). A smentire la falsa credenza di un fanatismo e radicalismo religioso particolarmente diffuso tra gli immigrati, sta il fatto che, tra questi, 248.000 (quasi 1 ogni 20) sono agnostici o atei: un numero superiore ai 158.000 induisti, ai 120.000 buddisti, e, separatamente, ai fedeli di altre religioni orientali, a quelli di religioni tradizionali africane e agli ebrei. Restano poi pesanti le penalizzazioni e, a volte, le discriminazioni nell’accesso a beni e servizi fondamentali di welfare.
Riguardo alla casa, ad esempio, solo un quinto degli stranieri risulta averne una di proprietà (il 21,5%, contro circa l’80% degli italiani), non solo per l’insufficiente capacità economica di sostenere un mutuo, visto che è di circa 1 milione il numero di quelli che sarebbero economicamente in grado di sostenerne il costo (e quindi potenziali acquirenti di immobili), ma spesso per le maggiori difficoltà a ottenere dagli istituti di credito l’anticipo o la fidejussione necessari ad avviare le pratiche. Così quasi i due terzi (il 63,5%) degli stranieri abita in affitto, non raramente con contratti irregolari e pagando un canone pretestuosamente maggiorato, nel loro caso, dai proprietari di casa, quando questi ultimi addirittura non si rifiutino espressamente di affittare loro la propria abitazione.
Il restante 15% di stranieri si suddivide pressoché equamente tra quanti alloggiano presso i luoghi di lavoro (si pensi, ad esempio, alle molte collaboratrici domestiche e familiari che abitano nelle case delle famiglie in cui prestano servizio) e quanti coabitano con connazionali o parenti, spesso ancora in situazioni di sovraffollamento. Sebbene già nel 2017 l’Istat abbia evidenziato che il rischio di povertà per gli stranieri è quasi doppio rispetto a quanti vivono in famiglie di soli italiani (49,5% contro 26,3%) e che, degli oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta, ben 1 milione e mezzo (quasi un terzo) è costituito da cittadini stranieri, questi ultimi continuano a subire discriminazioni “istituzionali” da parte di Comuni o Enti pubblici nazionali che, attraverso ordinanze, direttive o (mancati) decreti attuativi, ne limitano o impediscono indebitamente l’accesso a misure di assistenza e sostegno contro l’indigenza – come indennità, assegni, buoni mensa, bonus famiglia o bebè ecc. – imponendo condizioni proibitive (e spesso addirittura contraddittorie) relative alla residenza prolungata o al reddito minimo, che la giurisprudenza continua sistematicamente a bocciare.
Nel 2019 è stata emblematica, anche per le modalità in cui è stata attuata, l’esclusione degli stranieri dal “reddito di cittadinanza” (Rdc) appena istituito: infatti il periodo di residenza richiesto (10 anni, di cui 2 continuativi) è quintuplicato rispetto a quello previsto dal precedente “reddito di inclusione” e l’unica categoria di stranieri ammessa è quella dei detentori di un permesso di soggiorno di lunga durata, il cui rilascio già richiede, come requisito, un reddito minimo annuo – circa 6.000 euro – analogo a quello al di sopra del quale si viene esclusi dall’accesso al Rdc: per cui chi possiede un simile permesso rischia di essere troppo “ricco” per accedere al Rdc, e chi è troppo povero per ottenere un permesso simile, resta ugualmente escluso dal Rdc per mancanza di tale titolo.
Ma la circostanza più discutibile è la disposizione che obbliga gli stranieri richiedenti a fornire, insieme al modello Isee, una serie di documenti comprovanti il reddito nei paesi d’origine, difficili da ottenere da tali paesi, specialmente a distanza.
Anche nei percorsi di istruzione si rilevano andamenti differenziati tra italiani e stranieri, con questi ultimi che ancora trovano maggiori difficoltà di riuscita e di permanenza nel circuito della formazione: sono in ritardo scolastico il 30,7% degli alunni stranieri, contro il 9,6% di quelli italiani (percentuali che si innalzano rispettivamente al 58,2% e 20,0% nelle scuole superiori), mentre solo il 64,8% dei primi continua a studiare anche dopo l’età dell’obbligo, contro l’80,9% dei secondi. Inoltre, dopo le secondarie di I grado, se tra gli alunni italiani quasi la metà (48,9%) sceglie di proseguire gli studi in un liceo, meno di un terzo (31,1%) in un istituto tecnico e solo un quinto un istituto professionale, tra gli studenti stranieri 7 su 10 scelgono un istituto o tecnico (37,3%) o professionale (33,3%) e solo il 28,9% un liceo, dove la loro incidenza è infatti di appena il 4,2%, a fronte del 12,5% (quota 3 volte più alta) negli istituti professionali.
UN INSERIMENTO SUBORDINATO NEL MERCATO DEL LAVORO
Se a quanto appena rilevato si aggiungono le annose difficoltà di riconoscimento dei titoli e delle competenze professionali acquisiti all’estero da parte di stranieri venuti in Italia, ben si comprende come essi, nell’inserirsi in un mercato del lavoro estremamente rigido e segmentato come quello italiano, continuino a essere incanalati e schiacciati – con scarsa mobilità occupazionale e quindi sociale – sui lavori opportunamente definiti “delle 5 p”: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e poco riconosciuti socialmente.
Dei 2.455.000 occupati stranieri calcolati dall’Istat a fine 2018 (il 10,6% di tutti i lavoratori occupati nel paese), ben 2 su 3 (65,9%) lavora nel settore dei servizi (dove spiccano i comparti di assistenza domestica e familiare, alberghiero-ristorativo, dei servizi di pulizie, dei trasporti, di facchinaggio ecc.), oltre un quarto (27,7%) nell’industria – che comprende anche l’edilizia (9,9%) – e il 6,4% in agricoltura.
A conferma di un inserimento di livello generalmente basso e fortemente differenziato per appartenenza nazionale e genere, basti notare che ben 2 lavoratori stranieri su 3 svolgono professioni non qualificate o operaie (nelle quali incidono rispettivamente per il 32,3% e il 14,0%), mentre solo 7 ogni 100 svolgono professioni qualificate (nelle quali la loro incidenza è appena del 2,3%). In assoluto, il comparto che conosce l’incidenza più alta di lavoratori stranieri (in stragrande maggioranza donne) è quello dei servizi domestici e di cura alla persona, dove la loro quota è del 68,9% e che assorbe ben il 42% di tutte le occupate straniere in Italia (a sua volta, la componente maschile dei lavoratori stranieri è per il 43% impiegata nell’industria e nelle costruzioni). Come è noto, quello dei servizi domestici e di assistenza presso le famiglie è un comparto non solo caratterizzato da un’ampia sacca di lavoro nero o grigio (dichiarato solo per una parte delle ore effettivamente lavorate), privando le lavoratrici straniere di una serie di tutele (previdenziali, infortunistiche ecc.) e di garanzie (legate alla retribuzione, ai tempi di riposo, alle mansioni ecc.); ma, per le condizioni in cui viene svolto, comporta spesso notevoli sacrifici esistenziali (prolungata impossibilità di ricongiungersi con coniugi e figli rimasti all’estero, che a volte sfocia in conflitti e separazioni familiari) e disturbi psicologici (la cosiddetta “sindrome Italia”).
Per il resto, sono stranieri quasi la metà dei venditori ambulanti e più di un terzo di facchini, braccianti agricoli, manovali e personale non qualificato della ristorazione.
Non a caso i lavoratori immigrati per oltre un terzo sono sovraistruiti (34,4% a fronte del 23,5% degli italiani), per il 7,6% sono sottoccupati, cioè lavorano meno ore di quelle per cui sarebbero disponibili (contro il 3,3% degli italiani), e percepiscono una retribuzione media mensile (poco più di 1.000 euro) più bassa del 24% rispetto a quella degli italiani (quasi 1.400 euro). Retribuzione che si abbassa ancora di più per le sole donne straniere (-25% rispetto alla media dei lavoratori stranieri nel loro complesso), che dunque sono doppiamente stigmatizzate.
È significativo, del resto, che, rispetto agli italiani, per gli stranieri è più elevato sia il tasso di occupazione (61,2% contro 58,2%) sia quello di disoccupazione (14,0% contro 10,2%; in particolare i 400.000 disoccupati stranieri sono un settimo del totale), a conferma che, in generale, essi svolgono, con maggiore intermittenza, lavori più precari e di più breve durata. In un tale contesto, solo l’ambito del lavoro autonomo continua a distinguersi per crescita e dinamismo: nel 2018 le imprese condotte da stranieri sono aumentate ulteriormente, ancora in controtendenza con l’andamento complessivo, e hanno superato la 602mila unità (+2,5% annuo, che tocca il picco di +11,4% tra le sole società di capitale), arrivando a rappresentare il 10% di tutte quelle attive in Italia.
CI AIUTANO A CASA NOSTRA E SI AIUTANO A CASA LORO
Sebbene inseriti nel mercato occupazionale nelle condizioni di svantaggio appena descritte, ai lavoratori immigrati è ancora ascrivibile – secondo la Fondazione Leone Moressa – il 9% del Pil nazionale (pari a un valore aggiunto di 139 miliardi di euro annui) e l’entità delle loro rimesse non solo è aumentata sensibilmente, passando dai circa 5 miliardi di euro del 2017 ai ben 6,2 miliardi del 2018, ma ha ancor di più sopravanzato quanto l’Italia destina agli aiuti internazionali allo sviluppo.
Infatti, se già nel 2017 questo importo era inferiore di qualche miliardo al flusso di rimesse inviate dagli stessi immigrati nei propri paesi d’origine, nel 2018 il gap si è allargato ancora di più non solo per il descritto aumento delle rimesse, ma anche per il contestuale decurtamento della quota nazionale riservata, appunto, agli aiuti allo sviluppo, la quale, già più bassa di quella cui l’Italia sarebbe tenuta, nel 2018 è stata tagliata di circa un terzo. Così, all’inconcludente retorica dell’“aiutiamoli a casa loro” si può rispondere, a ragion veduta, che in realtà ad aiutarsi a casa loro ci pensano già, e molto più, loro stessi. A ciò si aggiunga che, secondo i calcoli effettuati dalla stessa Fondazione Leone Moressa, anche nel 2018 il saldo nazionale tra entrate e uscite complessive (ossia tra quanto gli immigrati assicurano all’erario in pagamento di tasse, contributi previdenziali, pratiche di rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno e di acquisizione della cittadinanza ecc. e quanto lo Stato spende specificatamente per loro in servizi, sussidi e altri costi) è risultato positivo, per lo Stato, di 200.000 euro nell’ipotesi minima e di 3 miliardi di euro nell’ipotesi massima”. (aise) 

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