ACCOGLIENZA E PREGIUDIZI: L’ITALIA E I "SUOI" MIGRANTI

ACCOGLIENZA E PREGIUDIZI: L’ITALIA E I "SUOI" MIGRANTI

ROMA\ aise\ - Una drammatica vicenda, quella degli italiani Sacco e Vanzetti, condannati cento anni fa a morte negli Stati Uniti senza che fosse concesso loro un giusto processo, diviene pretesto per raccontare una storia più ampia e complessa: quella di un Paese, l’Italia, in cui la migrazione è stata elemento costitutivo nella costruzione dell'identità nazionale e in cui pure si assiste oggi alla volontà di alcuni di erigere muri.
Tutto è iniziato da una mostra promossa dalla Fondazione Giorgio Amendola per rammentare i novant'anni dalla sedia elettrica di Charlestown, usando soprattutto i materiali tratti dagli archivi della Boston Public Library (Fondo Aldino Felicani, Sacco-Vanzetti Collection 1915-1977). Poi, dopo una serie di incontri di approfondimento anche tra le comunità all’estero, si è arrivati alla pubblicazione di un prezioso volume: "Tra accoglienza e pregiudizio. Emigrazione e immigrazione nella storia dell’ultimo secolo: da Sacco e Vanzetti a Jerry Essan Masslo", a cura di Giovanni Cerchia.
A promuovere la pubblicazione del libro e la riflessione attorno ad esso è stata la Fondazione Giorgio Amendola, che lo ha presentato ieri, giovedì, 20 febbraio, a Roma nella sede di Palazzo Theodoli alla Camera, con l’obiettivo di stimolare una riflessione sociale e politica e di "ricordare e ricordarci che gli italiani spesso hanno subito pregiudizi e angherie", gli stessi che vediamo oggi "inflitti agli immigrati nel nostro Paese". Così il direttore della Fondazione Amendola, Domenico Cerabona, ha introdotto la presentazione alla Camera, che ha visto la presenza del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis.
Oltre a subito il pregiudizio e la discriminazione, ha esordito Giorgis nel suo indirizzo di saluto, "a Sacco e Vanzetti non è stato garantito un diritto fondamentale, come quello dell’uguaglianza nel processo e di fronte alla legge". Tanto quanto, ha osservato Giorgis, cento anni più tardi in Italia è stato "negato il diritto a una vita dignitosa e a un uguale trattamento sul lavoro" a Jerry Essan Masslo.
Era il 1989 e Masslo, ha ricordato il curatore del volume nonché direttore scientifico della Fondazione Amendola, scappava dall’apartheid in Sud Africa, ma il nostro Paese non gli aveva riconosciuto lo status di rifugiato perché le leggi italiane allora non lo prevedevano. Sono passati trent’anni e l’Italia stenta ancora a riconoscersi "Paese di immigrazione". In questo ambito, ha spiegato Cerchia, si inserisce il volume che intende calare vicende come quella di Sacco e Vanzetti "nel contesto più ampio della nostra memoria, rappresentativa di una storia che ci racconta nel passato, ma ha molto da dire anche nel presente". Quello di Sacco e Vanzetti fu il "rogo di una strega in una piazza pubblica, quella del tribunale del Massachusetts" e, in senso più lato, dell’America che, di fronte ad una immigrazione che a fine Ottocento metteva in dubbio il "primato anglosassone", si sentì vulnerabile e trovò "un modo per rassicurare la popolazione". Sacco e Vanzetti, colpevoli di essere innanzitutto italiani e, in quanto tali, "indolenti, furbi, veloci di mano e di coltello", erano un "nemico esterno" e divennero "capro espiatorio". La loro storia e la nostra storia, quella in cui con 26 milioni di persone partite l’emigrazione rappresenta la "prima vera grande esperienza unitaria nazionale", dovrebbero far riflettere sulla "condizione odierna dell’Italia come Paese di immigrazione. Dovrebbe far riflettere, ha aggiunto Cerchia, "su chi eravamo, su chi siamo e su ciò che vogliamo diventare".
Il dibattito è proseguito con la moderazione di Eugenio Marino, oggi consigliere per le politiche dell’emigrazione e i rapporti con gli italiani nel mondo del ministro per il Sud e da sempre profondo conoscitore della realtà migratoria italiana, che, oltre ad aver "aiutato" la Fondazione Amendola nello stabilire rapporti con le comunità all’estero, ha contribuito al volume con un interessante saggio su vecchie e nuove emigrazioni.
È stato Marino ad introdurre i contributi delle due parlamentari elette all’estero Angela Schirò e Francesca La Marca. Accomunate, oltre che dall’appartenenza al Partito Democratico, anche dall’essere giovani donne nate all’estero da genitori emigrati, Schirò e La Marca hanno portato alla platea un "contributo personale", legato alla loro storia.
Quella in Germania di Angela Schirò che ha vissuto sulla propria pelle i "pregiudizi nei confronti dei figli di emigranti, non solo italiani", e che è riuscita a farsi strada in un Paese che "ancora non garantisce le stesse opportunità ai figli di emigrati". E che per questo ha compreso quanto sia importante "parlare non solo in termini di concessioni, bensì di diritti fondamentali", primo fra tutti il diritto alla formazione, per poter "ragionare su politiche adeguate" e "interventi reali" tanto se si parla di immigrazione in Italia quanto di nuove mobilità degli italiani all’estero.
E quella in Canada di Francesca La Marca, che pur non avendo sofferto discriminazione e "razzismo" – "perché di razzismo di tratta", ha tenuto a sottolineare – non ha mancato di accusare il governo canadese di aver atteso troppo, più di mezzo secolo, prima di chiedere scusa, qualche mese fa, agli italiani che furono internati in Canada durante la seconda guerra mondiale. Nonostante ciò proprio il Canada e la città di Toronto, dove La Marca è nata e cresciuta, rappresentano un esempio per l’Italia, che, ha detto, dovrebbe "abbracciare il multiculturalismo" e farne un "punto di forza". D’accordo con Schirò sul fatto che "la storia di Sacco e Vanzetti è frutto dell’ignoranza e l’unico modo per sconfiggere l’ignoranza è l’istruzione", con la collega del PD, La Marca ha presentato una mozione per l’istituzione della Giornata degli italiani nel mondo. "Pare che nei prossimi mesi verrà approvata", ha annunciato, parlando di un "piccola, grande soddisfazione per nostre comunità all’estero".
È "figlia di emigranti", italoamericana nata a Chicago, anche Caterina Sabino, studiosa di storia ed emigrazione italiana e dunque doppiamente "sensibile" alla questione migratoria. "Il pregiudizio sopravvive ancora oggi", ha denunciato, "ma nasce più di cento anni fa negli Stati Uniti" in cui si riversavano "migliaia di migranti in cerca di una vita migliore", che le città americane "non erano in grado di accogliere". Per questo "si segregavano – a volte erano segregati - nelle Little Italy" dove potevano continuare a vivere come in Italia, senza abbandonare le proprie abitudini e tradizioni. "Gli stessi italiani non volevano integrarsi" perché ciò avrebbe voluto dire abbracciare la vita sociale e culturale del luogo. "Gli autoctoni consideravano gli italiani tutti ignoranti, mafiosi, anarchici" a causa delle associazioni di mutuo soccorso che divennero di tipo sindacalista e che furono imputate di essere "sovversive" ed "anarchiche". "La società chiedeva allo Stato di intervenire e sanare questo malessere creato dagli italiani" e Sacco e Vanzetti furono il loro "capro espiatorio".
Dalla voce dell’emigrazione a quella dell’immigrazione con il contributo di Jean René Bilongo, responsabile immigrazione di Flai-Cgil. "Gli immigrati in Italia non sono rappresentati in nessun ambito", ha esordito. Sono ritratti con gli attributi della "marginalità", della "pericolosità", come un "problema" e di certo non godono della "giusta considerazione". Per Bilongo occorre dunque "lavorare molto sul senso che diamo alla parola inclusione", perché con oltre 5 milioni di presenze sul territorio gli "immigrati sono oggi una parte strutturale e strutturante di questo Paese". Occorre garantire loro la "partecipazione" alla vita sociale, lavorativa e politica, "dobbiamo cominciare a guardare le persone per quel che sono veramente" e, ha ribadito, "lavorare sulla prospettiva dell’inclusione". "Molto poco è stato fatto sinora", ha denunciato, ricordando che, se si è dovuto "aspettare un episodio drammatico come quello di Masslo perché vi fosse consapevolezza politica" del fenomeno migratorio, oggi occorre ricominciare da zero: basti ricordare "l’ostracismo del decreto Maroni che istituì le ronde prima ancora del decreto Salvini", che Bilongo ha definito "migrantofobo". E il "senso di smarrimento aumenta quando si parla di ragazzi nati in Italia", ha concluso, invitando gli immigrati stessi ad "un po’ di sano protagonismo" e a lavorare insieme per cancellare "le piccole incrostazioni di questi anni".
D’accordo con Bilongo anche Marco Pacciotti, esperto di immigrazione e componente della Direzione Nazionale Pd, nonché fondatore dell’associazione "Nero e non solo". "Sono oltre 40 anni che il fenomeno dell’immigrazione ha cambiato il volto sociale, economico e umano dell’Italia", che invero resta un "Paese chiuso e provinciale rispetto al contesto internazionale, incapace di aprirsi al mondo in modo bidirezionale". Eppure "il cambiamento è già avvenuto" ed oggi su una popolazione di 60 milioni di persone 5 milioni sono straniere. "Ormai è un dato di fatto con cui bisogna fare i conti" e che, ha aggiunto Pacciotti, rappresenta "un’occasione". "La sfida non è tanto quella dell’accoglienza", non più, ma della cittadinanza che fa sentire l’immigrato "parte di una comunità", con "gli stessi diritti delle persone che vivono in quella comunità". Come avvenne per gli italiani costretti alla naturalizzazione nell’America di Roosevelt, "l’inclusione inizia lì", quando si diventa una "rappresentanza". "Alcuni diritti garantiscono di dare voce, rappresentanza e forza politica", ha concluso Pacciotti: "questa è la grande battaglia iniziata anche nel nostro Paese e che va portata avanti".
Anche attraverso il dibattito e il confronto. "In un momento delicato per il Paese in tema di immigrazione, bisogna parlare e con voce chiara, con rigore delle argomentazioni, fondate, come in questo caso, sulla ricerca e la documentazione". Questa la riflessione di Norberto Lombardi, consigliere Cgie ed esperto di emigrazione italiana, con la cui riflessione si è chiuso l’incontro e che del volume della Fondazione Amendola ha apprezzato "l’intento civile evidente, non propagandistico, ma coltivato sulla base di ricerche, studi e argomentazioni plausibili". Il libro "mette noi italiani di fronte alla ricchezza di cui potenzialmente potremmo disporre e di cui non sempre ci dimostriamo consapevoli". Non si tratta solo di "avere nel mondo la diaspora di dimensioni più ampie dopo quella cinese, che poi in termini di discendenza ha sviluppato decine di milioni di connazionali, che sono contatti con il mondo"; Lombardi ha parlato di "una ricchezza più articolata, perché nel nostro Dna nazionale il senso della mobilità ci fa eredi di una emigrazione storica dalla grande consistenza", ma ci rende anche "interlocutori degli immigrati che arrivano nel nostro Paese". Senza contare la nuova emigrazione. Manca la "consapevolezza" dello "sviluppo straordinario in termini culturali e di internazionalizzane che ciò ci garantisce". E per creare consapevolezza, ha concluso Lombardi, nulla sarebbe più utile dell’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana nelle scuole italiane, non perché diventi una materia curriculare, ha precisato, bensì "un focus in cui, in termini interdisciplinari, far ruotare un approccio con la contemporaneità attraverso i flussi dell’emigrazione ed educare all’essere contemporaneo".
Il futuro, di nuovo. Cosa vogliamo diventare e dove vogliamo andare. (r.aronica\aise)


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