Papa Leone XIV: aprite gli occhi sulle sofferenze e sulle ferite del mondo

ROMA\ aise\ - “La fede non è un atto cieco”, ma al contrario apre gli occhi “soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”; e oggi più che mai, “a fronte delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”. Queste le parole di Papa Leone XIV al termine dell’Angelus di ieri, 15 marzo.
Affacciandosi in piazza San Pietro, il Pontefice ha illustrato il passo del Vangelo che, nella IV Domenica di Quaresima, “racconta la guarigione di un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Attraverso la simbologia di questo episodio”, ha spiegato Papa Leone, “l’evangelista Giovanni ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre (cfr Is 9,1), Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita”.
“I profeti avevano annunciato che il Messia avrebbe aperto gli occhi dei ciechi (cfr Is 29,18; 35,5; Sal 146,8)”, ha proseguito il Santo Padre. “Gesù stesso accredita la propria missione mostrando che “i ciechi riacquistano la vista” (Mt 11,4); e si presenta dicendo: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). In effetti, possiamo dire che noi tutti siamo “ciechi dalla nascita”, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità”.
“Colpisce il fatto che lungo i secoli si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede sarebbe una specie di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere “ciecamente”. Il Vangelo”, ha precisato Leone XIV, “ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono, al punto che le autorità religiose chiedono con insistenza al cieco guarito: “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?” (Gv 9,10); e ancora: “Come ti ha aperto gli occhi?” (v. 26)”.
Poi rivolgendosi a fedeli e pellegrini raccolti in piazza San Pietro, ha aggiunto: “anche noi, guariti dall’amore di Cristo, siamo chiamati a vivere un cristianesimo “dagli occhi aperti”. La fede non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare “dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere” (Enc. Lumen fidei, 18) e, perciò, ci chiede di  “aprire gli occhi”, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”.
“Oggi, in particolare, a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo, c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”, ha concluso Papa Leone, che ha richiamato questi concetti anche al termine dell’Angelus ricordando che “i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra. Migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case”.
“Grande preoccupazione” il Pontefice ha espresso in particolare per la situazione in Libano. “Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso, per il bene comune di tutti i libanesi”, ha detto.
Poi l’appello: “a nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo! La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono”. (m.avilloni\aise)