Il messaggero di sant’Antonio/ Il futsal del riscatto – di Laura Napoletano


PADOVA\ aise\ - ““Prima di arrivare al palazzetto cominciano a cantare. Pregano prima di ogni allenamento affinché sia una buona seduta. A fine allenamento si radunano, si prendono per mano in cerchio e fanno un’altra preghiera di ringraziamento, soprattutto perché non ci sono stati infortuni”. A parlare è Andrea Cristoforetti, figlio di un’emigrazione spesso dimenticata: quella che ha portato tanti italiani in Africa. Anche il padre di Andrea fu tra coloro che scelsero il Sudafrica per il loro futuro. Partito da Fidenza (Parma), papà Luigi arrivò a Johannesburg dove conobbe la sua futura moglie, e dove, nel 1974, è nato anche Andrea”. Ad intervistarlo è stata Laura Napoletano per il Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero di maggio.
“Quella di Cristoforetti è una voce velata di commozione mentre racconta la sua esperienza che travalica lo sport e rappresenta una visione della vita più attenta all’essenziale.
La vita di un ex atleta che da dieci anni vive nello Zambia e guida la nazionale di futsal ovvero di calcio a cinque. In un Paese – l’ex Rhodesia settentrionale, diventata indipendente nel 1964 – che conta poco più di 500 italiani iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) e che ospita le imponenti cascate del lago Vittoria. Nello Zambia, lo sport rappresenta molto più di un semplice svago per una popolazione con un’età media sotto i 17 anni.
“Si può celebrare lo sport in tantissimi modi senza dover guardare per forza al tornaconto economico. Il tornaconto vero è quello relazionale che ci unisce alle persone, ci unisce a situazioni che rimangono tutta la vita. Il filo conduttore è proprio quello relazionale perché a volte si vince, a volte si perde; si vince oppure si imparano delle lezioni, questo è fondamentale. Con tutti i limiti che abbiamo nello Zambia, il mio desiderio più grande è crescere con questi ragazzi: troppo facile voler allenare la Spagna o l’Italia, andare ai Mondiali con squadre professionistiche. Noi continuiamo a lavorare con gioia, cerchiamo di celebrare il momento, senza aspettare per forza che succeda qualcosa”.
Un campione per due continenti
“Nel 1980 mio padre vide che le scuole sudafricane erano ancora afflitte dall’apartheid, e quindi decise di rientrare in Italia. Poi ripartì con mia madre nel 1994, quando tutti presagivano una guerra civile in Sudafrica mentre lui aveva capito che il Paese stava cambiando in meglio. Così sono rimasto in Italia fino al 2006, prima a Fidenza, dove ho iniziato le scuole elementari e a giocare a calcio, e poi a Pescara, dove ho cominciato a studiare architettura affiancando agli studi la mia passione sportiva. Dopo un anno di vita a New York, sono rientrato in Italia per iniziare la mia carriera professionistica nel futsal. E nel corso di quegli anni ho conosciuto anche mia moglie, con la quale abbiamo deciso di tornare in Sudafrica”.
Campione d’Italia con il Prato (con una carriera che lo ha visto giocare anche con il Pescara, il Cus Chieti, il S. Michele Poggio a Caiano, e poi Piemonte Torino e Geraci Firenze), Andrea è stato un giocatore simbolo della squadra del Prato, che durante la gestione di Jesús Velasco Tejada vinse due scudetti, una Supercoppa e una Coppa Italia, debuttando anche in Coppa UEFA. “Mi sento profondamente italiano – prosegue Cristoforetti –, però quando siamo tornati in Sudafrica nel 2006, siamo stati accolti molto bene nella città di Plettenberg Bay, che vede la presenza di una comunità italiana. Mi hanno offerto un lavoro nel campo dell’architettura e abbiamo deciso di adottare le nostre figlie, Sofia e Anna”.
La carriera professionale e sportiva del campione di futsal, dopo la fine della sua carriera agonistica, è proseguita in campo tecnico. La nazionale del Sudafrica decise infatti di nominare Cristoforetti assistente tecnico del commissario Quinton Allies, e dopo i buoni risultati, è proseguita con la chiamata a tecnico della nazionale dello Zambia, Paese con il quale ha un feeling particolare.
“Vivo qui da dieci anni. Con i ragazzi della squadra il rapporto è ottimale. A loro piace ascoltare quel che racconto sulle nostre tradizioni gastronomiche, gli aneddoti sui nostri nonni, sulla vita degli italiani negli anni passati, e sulle loro scelte di venire in Africa per lavoro. Capita spessissimo che io mi metta a raccontare di come mio papà faceva il vino”.
La sfida dello sport
Collocato tra i Paesi più poveri al mondo, con il 70% della popolazione sotto la soglia di povertà, uno stipendio medio annuale pro-capite di 395 dollari, e un’aspettativa di vita intorno ai 42 anni, lo Zambia cerca il proprio riscatto anche attraverso lo sport, che “rappresenta una grande sfida umana – sottolinea Cristoforetti –. Un nostro atleta, ad esempio, chiamato davanti alle telecamere dopo una vittoria, rifiutò l’intervista perché temeva che i familiari, vedendolo in tv, iniziassero a chiedergli soldi. I miei ragazzi non immaginano una prospettiva a lungo termine, e quasi tutti quelli che iniziano a praticare il futsal, lo fanno a piedi scalzi, non potendosi permettere le scarpe sportive. La maggior parte vive alla giornata, e la laurea di un nostro ragazzo, grazie anche all’attività sportiva, è stata salutata con grandissima gioia. Mi hanno chiesto di promuovere e sviluppare questo sport in un Paese nel quale molti bambini giocano solo con la chimpombwa, una palla costruita assemblando i sacchetti di plastica, e i ragazzi percorrono chilometri a piedi, camminando per più di un’ora, per venire agli allenamenti. Cerchiamo di fare anche un lavoro psicologico, dando ai ragazzi degli strumenti di crescita, pur scontrandoci con la loro esigenza di portare a casa, per i loro familiari, il loro sacco di nshima: un piatto a base di mais bianco. A livello sportivo, stiamo avanzando a piccoli passi. Il gap con le nazionali maggiori è molto ampio, però stiamo migliorando. Spero di poter far crescere il futsal nello Zambia””. (aise)