Italoamericano.org/ Prima di Ellis Island: i primi italiani in America – di Francesca Bezzone

Predrag Zdravkovic/Dreamstime

SAN FRANCISCO\ aise\ - “Per molti americani, la storia degli italiani negli Stati Uniti inizia all’inizio del XX secolo, con i piroscafi, Ellis Island e l’improvvisa comparsa di quartieri italiani in città come New York, Boston e Chicago. Questa narrazione è potente e in gran parte accurata, ma non racconta tutta la storia. Molto prima delle migrazioni di massa, singoli italiani erano già presenti in Nord America, arrivando non come parte di una comunità unita, ma come commercianti, soldati, missionari e specialisti che si spostavano attraverso i mondi coloniali di altri imperi europei. La loro presenza era reale, documentata e storicamente significativa, eppure spesso sfuggiva alle crepe della memoria collettiva”. Ne scrive Francesca Bezzone su L’ItaloAmericano, magazine diretto da Simone Schiavinato.
“Uno dei primi esempi più chiari è Pietro Cesare Alberti, ampiamente considerato il primo residente italiano documentato di Nuova Amsterdam. Nato a Venezia nel 1608, Alberti arrivò nella colonia olandese nel 1635, in un’epoca in cui l’insediamento era ancora un fragile avamposto sul confine atlantico dell’impero coloniale olandese. Documenti d’archivio lo mostrano impegnato come commerciante e interprete, ben inserito nella vita commerciale della colonia. Quando New Amsterdam divenne in seguito New York sotto il dominio britannico, perdemmo quasi ogni traccia di Alberti, che finì per sposarsi con gente del posto, integrandosi completamente e scomparendo nella più ampia popolazione coloniale.
La sua storia rimane, tuttavia, molto importante anche quando non è più attivamente visibile, perché illustra un modello chiave: i primi italiani in America erano presenti come individui, non come un gruppo etnico autocosciente, e furono quindi rapidamente assorbiti in altre identità.
Questo modello diventa ancora più chiaro quando la lente geografica si allarga oltre la costa atlantica; nella valle del Mississippi, la presenza italiana emerge attraverso la figura di Henri de Tonti, nato Enrico Tonti a Gaeta nel 1649. Dopo essere emigrato in Francia, Tonti divenne una figura centrale nell’espansione coloniale francese in Nord America, fungendo da stretto collaboratore di René-Robert Cavelier, Sieur de La Salle. Tonti ebbe un ruolo chiave nelle spedizioni lungo il fiume Mississippi e nella fondazione di primi insediamenti come Arkansas Post, una delle più antiche comunità europee nell’entroterra del continente. Sebbene il suo nome sopravviva nei toponimi e nei documenti storici, è raramente ricordato come italiano, poiché la sua carriera si svolse sotto l’autorità francese, al servizio dei francesi e all’interno di un contesto coloniale francese. Ancora una volta, non fu una comunità, ma singoli individui a “portare il Belpaese” nel Nuovo Mondo.
La stessa dinamica si riscontra nei territori del Nord America controllati dagli spagnoli, in particolare in Florida e lungo la costa del Golfo. Qui, dovremmo aggiungere una breve nota: nel XVI e XVII secolo, l’Italia non esisteva come nazione unitaria, ma molti stati italiani erano politicamente o economicamente legati all’Impero spagnolo e, di conseguenza, marinai, ingegneri, cartografi e artigiani italiani entravano frequentemente nelle Americhe come sudditi o appaltatori spagnoli. A St. Augustine, il più antico insediamento europeo occupato ininterrottamente in quelli che oggi sono gli Stati Uniti, la ricerca d’archivio rivela la presenza di specialisti italiani che lavoravano all’interno della società coloniale spagnola, tra cui Giovanni Battista Boazio, un artista e cartografo italiano le cui incisioni dettagliate di St. Augustine della fine del XVI secolo rimangono tra le prime testimonianze visive della città. La sua opera, commissionata da editori inglesi ma radicata nella conoscenza diretta della Florida spagnola, è anche un interessante specchio del carattere transnazionale delle prime competenze coloniali.
Ciò che rende questi casi del periodo spagnolo particolarmente interessanti è il modo in cui l’identità italiana funzionava ai margini della documentazione ufficiale: gli italiani sono agenti tecnici, persone apprezzate per le competenze piuttosto che per le origini o la rilevanza comunitaria, e tracce di loro sopravvivono in mappe, progetti ingegneristici, registri di spedizione e resoconti di missione, piuttosto che nelle narrazioni dell’insediamento.
La religione fornì un’altra via duratura per la presenza italiana, in particolare attraverso le reti francescane; frati nati o formati in Italia erano attivi in tutto il Nord America spagnolo, dalla Florida al Sud-ovest, e partecipavano a missioni che combinavano evangelizzazione con istruzione, documentazione linguistica e amministrazione territoriale. Queste comunità religiose produssero documenti scritti, mappe e resoconti che influenzarono profondamente e plasmarono la conoscenza europea delle Americhe e, sebbene le prospettive moderne critichino giustamente il sistema missionario coloniale, il ruolo storico come canale di influenza intellettuale e culturale italiana è difficile da ignorare. Molto prima che gli immigrati italiani costruissero chiese nelle città americane, il clero italiano stava già plasmando la vita religiosa ed educativa nei contesti coloniali.
C’è forse un’altra caratteristica, oltre alla geografia o alla professione, che accomuna queste storie: l’invisibilità storica. I primi italiani in America non formarono comunità dense e autosufficienti; arrivarono sotto bandiere straniere, parlavano più lingue e furono registrati negli archivi come sudditi olandesi, ufficiali francesi o servitori spagnoli della corona. Senza uno stato-nazione alle spalle (l’Italia non sarebbe diventata un paese unificato per altri duecento anni) e senza un’infrastruttura etnica condivisa, la loro identità italiana raramente sopravvisse oltre una generazione. Questo spiega perché la storia italoamericana sembra iniziare bruscamente alla fine del XIX secolo, quando la migrazione di massa creò finalmente le condizioni demografiche e culturali necessarie per la memoria collettiva.
Vista da questa prospettiva, la successiva esplosione della vita italoamericana, dalle società di mutuo soccorso ai giornali, alle parrocchie e alle organizzazioni politiche, fu quasi una “ricomparsa”, un momento in cui gli italiani in America poterono rimanere italiani insieme, piuttosto che individualmente. La fase precedente, al contrario, appartiene a una logica storica diversa, plasmata dall’impero piuttosto che dalla migrazione, e dalla mobilità professionale piuttosto che dall’insediamento familiare. Il recupero di queste prime storie, ovviamente, non sminuisce il significato di Ellis Island; anzi, sembra approfondirlo, dimostrando che la presenza italiana in America ha una preistoria più lunga e complessa di quanto comunemente si creda, una preistoria che rispecchia la frammentata realtà politica dell’Italia preunitaria stessa. Per noi oggi, soprattutto se interessati alla natura stratificata dell’identità, questa storia offre un utile promemoria del fatto che l’appartenenza non riguarda semplicemente i numeri o la visibilità, ma le strutture – sociali, politiche e culturali – che permettono alla memoria di durare, e le tante vite che la storia registra solo di sfuggita, ma senza le quali la storia più ampia sarebbe incompleta”. (aise)