La voce d’Italia/ Venezuela: il petrolio passa agli americani con un accordo lungo cento anni


CARACAS\ aise\ - “Un accordo destinato a durare un secolo ridisegna gli equilibri petroliferi tra Venezuela e Stati Uniti. È questo il dato che più colpisce nel nuovo patto illustrato dalla Casa Bianca. Le autorità interinali venezuelane hanno concesso alla North American Blue Energy Partners (NABEP) il diritto di operare per 100 anni in 17 giacimenti petroliferi. I campi contengono riserve accertate per circa 65 miliardi di barili”. A rilanciare la notizia è la redazione di Caracas de “La voce d’Italia”, storica testata prima edita in Venezuela, ora pubblicata a Madrid sotto la direzione di Mariza Bafile.
“La durata dell’intesa solleva però interrogativi che vanno ben oltre l’economia. Un accordo valido per un secolo attraverserà inevitabilmente governi, crisi politiche, cambiamenti legislativi e trasformazioni del mercato energetico mondiale. La domanda, dunque, non riguarda soltanto la capacità di NABEP di sfruttare i giacimenti. Riguarda soprattutto la possibilità che un’intesa di questa portata possa restare in vigore per cento anni. I futuri governi venezuelani dovranno infatti fare i conti con una concessione decisa dalle autorità interinali. Non è escluso che, in condizioni politiche diverse, qualcuno possa tentare di rinegoziarla o contestarla.
La Casa Bianca considera invece la durata centenaria uno degli elementi strategici del progetto. Washington sostiene che l’accordo rafforzerà la sicurezza energetica americana e garantirà agli Stati Uniti un ruolo decisivo nell’industria venezuelana per le prossime generazioni. Il documento ufficiale lo afferma senza ambiguità: “Questo accordo garantisce il nostro dominio energetico per il prossimo secolo, il tutto senza alcun costo per gli Stati Uniti”.
Il presidente Donald Trump aveva già presentato l’intesa come “il più grande accordo petrolifero della storia”. Ma l’enfasi della Casa Bianca non cancella le perplessità degli analisti. Il settore petrolifero venezuelano è infatti in condizioni difficili. Anni di investimenti insufficienti, problemi di gestione e deterioramento delle infrastrutture hanno ridotto fortemente la capacità produttiva.
I 100 anni previsti dall’accordo rappresentano una durata eccezionale per una concessione petrolifera. NABEP potrà gestire i 17 giacimenti secondo le disposizioni della nuova legge venezuelana sugli idrocarburi. Il patto non riguarda quindi soltanto l’attuale situazione politica. I suoi effetti potranno estendersi per gran parte del XXI secolo e arrivare ben oltre l’orizzonte degli attuali protagonisti. È proprio questa prospettiva a rendere l’intesa particolarmente delicata. Le condizioni politiche che hanno portato alla sua firma potrebbero cambiare molte volte prima della sua scadenza.
Anche la struttura dell’accordo rafforza il ruolo degli Stati Uniti. NABEP assegnerà al Governo americano il 35 per cento della società madre, attraverso l’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Guerra. Secondo Washington, questa partecipazione potrebbe generare un valore di centinaia di miliardi di dollari tra quote societarie e dividendi. Ma la presenza americana non si ferma alla partecipazione azionaria. Il Dipartimento di Stato potrà acquistare al costo di produzione il 20 per cento del petrolio estratto dai giacimenti attuali e futuri gestiti da NABEP.
Gli Stati Uniti avranno inoltre un diritto di prelazione sull’acquisto dell’80 per cento restante. In caso di emergenza, Washington potrà così contare su una fonte privilegiata di approvvigionamento energetico nell’emisfero occidentale. Una parte del greggio potrebbe servire a ricostituire la Riserva strategica di petrolio americana, oggi vicina ai livelli più bassi degli ultimi decenni. Altre quantità potranno essere destinate a esigenze militari e ad altri impieghi sensibili.
L’influenza americana riguarda anche il governo della nuova struttura societaria. Washington avrà il diritto di veto sulla nomina di tutti i membri del consiglio di amministrazione. La maggioranza dei consiglieri dovrà inoltre essere composta da cittadini statunitensi. NABEP avrà revisori, avvocati e consulenti americani. L’accordo tra la società e il Governo degli Stati Uniti sarà regolato dalla legislazione americana. Eventuali controversie saranno sottoposte ai tribunali statunitensi. Un insieme di clausole che attribuisce a Washington un peso considerevole nella gestione dell’operazione.
NABEP prevede di investire fino a 100 miliardi di dollari nelle infrastrutture petrolifere venezuelane. L’obiettivo è riattivare i campi inattivi, aumentare la produzione e recuperare impianti deteriorati. La Casa Bianca sostiene che il progetto creerà migliaia di posti di lavoro e produrrà una significativa crescita economica.
Secondo le stime americane, nei primi 25 anni NABEP potrebbe versare circa 200 miliardi di dollari tra imposte e royalties. Delcy Rodríguez aveva indicato una cifra leggermente superiore, pari a 209 miliardi. Per Washington, queste risorse potranno contribuire alla ricostruzione del Venezuela e finanziare programmi di sviluppo sociale. La sfida, tuttavia, è tutt’altro che semplice. Rimettere in funzione un’industria compromessa da anni di declino richiederà ingenti capitali, competenze tecniche e tempi lunghi. La Casa Bianca parla di una “opportunità storica”, ma gli esperti invitano alla cautela. Aumentare rapidamente la produzione non sarà facile in un settore che necessita di profonde opere di ammodernamento.
L’accordo ha anche una forte dimensione geopolitica. La Casa Bianca ricorda che alcuni dei giacimenti coinvolti erano stati controllati o gestiti da società russe e cinesi. Nel comunicato vengono citati anche imprenditori vicini agli ex presidenti Hugo Chávez e Nicolás Maduro. Washington sostiene che queste presenze abbiano favorito gli interessi di potenze rivali e ostacolato lo sviluppo del Venezuela. Il comunicato accusa questi soggetti di aver “saccheggiato le risorse del Venezuela a beneficio di avversari americani come Cuba, Russia e Cina”.
L’amministrazione Trump presenta quindi il nuovo patto come uno strumento per ridurre la presenza di Russia e Cina nella regione. L’intesa viene inserita nella cosiddetta “Dottrina Donroe”, la nuova impostazione della politica americana verso l’America Latina. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la presenza economica e strategica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.
In Venezuela, però, il progetto ha provocato reazioni fortemente negative. Le critiche arrivano sia dal chavismo sia da settori dell’opposizione. I detrattori accusano Washington di aver conquistato un’influenza sproporzionata sulle risorse energetiche nazionali. Alcuni hanno evocato persino il ritorno a logiche coloniali. La concessione centenaria è il principale motivo di contestazione. Affidare per 100 anni lo sfruttamento di 17 giacimenti significa infatti vincolare anche governi e generazioni che oggi non hanno alcuna possibilità di intervenire sulle condizioni dell’accordo.
Restano inoltre dubbi sulla figura di Alejandro Betancourt, proprietario di NABEP. L’imprenditore è stato oggetto di indagini in Svizzera e Spagna per una presunta partecipazione a operazioni di riciclaggio legate a fondi provenienti dalla compagnia petrolifera statale PDVSA. Il bilancio dell’accordo resta dunque controverso. Washington promette investimenti, occupazione, maggiore produzione e ingenti entrate per il Venezuela.
In cambio, gli Stati Uniti ottengono una partecipazione del 35 per cento, accesso privilegiato al petrolio e un ruolo decisivo nella governance della società. Soprattutto, ottengono un’influenza concepita per durare 100 anni. È questo il vero elemento di rottura. L’accordo non definisce soltanto il futuro immediato dell’industria petrolifera venezuelana. Disegna un rapporto economico e strategico destinato, almeno nelle intenzioni, ad attraversare un intero secolo.
La questione centrale sarà allora capire se un patto così lungo potrà sopravvivere ai cambiamenti politici, alle crisi istituzionali, alle nuove esigenze economiche e alla possibile trasformazione del sistema energetico mondiale”. (aise)