Meridianoitalia.tv/ Hormuz, la prova di verità dell’Europa strategica – di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - “L’Unione europea si trova, ancora una volta, davanti allo specchio della storia. Di fronte alla guerra in Iran, all’uccisione della Gu ida Suprema e al tentativo di piegare con la forza gli equilibri di un’intera regione, la tentazione di restare sul bordo del vulcano, commentando con linguaggio felpato le mosse altrui, è forte. Eppure è proprio lo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia da cui passa il respiro energetico del pianeta – a offrire all’Europa l’occasione di trasformarsi da spettatrice inquieta in architetto responsabile della sicurezza collettiva: chiedendo che il controllo di Hormuz sia affidato a una missione internazionale, sotto egida ONU e a guida europea, con il mandato di garantire la libertà di navigazione e proteggere i civili da un’escalation fuori controllo”. Partono da qui le riflessioni che Gianni Lattanzio affida a questo editoriale pubblicato su meridianoitalia.tv, testata online di cui è direttore.
“L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha colpito al cuore la struttura politico militare iraniana, decapitando una leadership già incrinata e perseguendo, in modo più o meno esplicito, l’obiettivo di un cambio di regime. Teheran ha risposto come un sistema assediato ma non rassegnato: una guerra di logoramento a bassa intensità e alto impatto psicologico, missili e droni contro basi americane nel Golfo, colpi mirati contro Israele, attivazione delle reti proxy da Hezbollah alle milizie irachene, fino agli Houthi che minacciano corridoi marittimi vitali. Il messaggio è chiaro: se l’Iran brucia, brucerà con lui una parte decisiva del Medio Oriente.
In questo scenario, Hormuz è più di un tratto di mare: è la linea sottile che separa il conflitto regionale dal terremoto globale. Una chiusura, anche solo parziale o “di fatto”, dello Stretto avrebbe effetti immediati sui prezzi del petrolio, sulle catene logistiche, sulla fiducia dei mercati e, in ultima istanza, sulla tenuta sociale di Paesi già provati da anni di crisi. Non è dunque un dossier tecnico, ma il punto in cui geopolitica, diritto internazionale e sicurezza economica europea si intrecciano in modo inestricabile. L’Europa, finora, ha reagito con il linguaggio che le è più familiare: appelli alla “massima moderazione”, inviti al rispetto del diritto internazionale umanitario, ribadita centralità della protezione dei civili.
Quando però droni iraniani hanno colpito basi dove operano contingenti europei, la grammatica si è fatta più dura: disponibilità ad azioni difensive, sostegno alle operazioni di intercettazione di missili e UAV, intensificazione delle missioni navali a tutela del naviglio commerciale. È un passo avanti, ma non basta. Limitarsi a rincorrere l’agenda militare altrui significa accettare che il baricentro strategico resti altrove.
Da qui la proposta che dovrebbe entrare, con forza, nel dibattito europeo: fare di Hormuz il banco di prova di una vera sicurezza collettiva, chiedendo in sede Nazioni Unite una missione marittima con mandato chiaro – garantire il passaggio in transito, prevenire la chiusura dello Stretto, scoraggiare atti ostili contro navi civili – e affidandone la guida operativa a un contingente multinazionale a leadership UE.
Non si tratterebbe di umiliare l’Iran o di militarizzare ulteriormente il Golfo, bensì di multilateralizzare la responsabilità, togliendo a singoli attori la tentazione di trasformare Hormuz in leva di ricatto globale.
L’Unione possiede, nonostante le sue esitazioni, gli strumenti e l’esperienza per farlo. Le operazioni navali nel Corno d’Africa, nel Mar Rosso, nel Mediterraneo allargato hanno costruito, negli anni, una competenza europea in materia di sicurezza marittima che non è più solo tecnica, ma politica: coordinamento tra marine diverse, regole d’ingaggio calibrate, rapporto con gli armatori e con il mondo assicurativo, dialogo con gli attori regionali. Mettere questo patrimonio al servizio di un mandato ONU su Hormuz significherebbe consolidare un profilo che supera la vecchia immagine dell’Europa “potenza civile” solo sulla carta.
Naturalmente, i dilemmi non mancano. Il primo è quello – antico, ma oggi più acuto – tra lealtà atlantica e difesa coerente del diritto internazionale. Più l’Europa si limita a fare da retrovia alle scelte di Washington e Tel Aviv, avallando di fatto dottrine di uso unilaterale e preventivo della forza, più indebolisce la propria credibilità quando invoca la Carta ONU davanti ad altre violazioni, dall’Ucraina alla Palestina. Al contrario, un’iniziativa su Hormuz ancorata a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, a un mandato preciso e a regole condivise, restituirebbe coerenza al discorso europeo sull’ordine multilaterale basato su regole.
Il secondo dilemma riguarda le sanzioni e, più in generale, il rapporto con la società iraniana. L’Unione ha già dispiegato un complesso arsenale di misure restrittive, affiancato da programmi di sostegno alla società civile, alle libertà digitali, agli scambi culturali. Intensificare solo la dimensione punitiva rischia di rafforzare la narrativa del regime assediato; allentare la pressione senza contropartite apparirebbe come un cedimento. Una missione su Hormuz con mandato di protezione della navigazione e dei civili permetterebbe di spostare almeno parte del baricentro verso una presenza che non è contro l’Iran in quanto tale, ma contro la logica della guerra permanente e del caos regionale. Infine, c’è la questione – spesso sottovalutata – della percezione nel cosiddetto Sud globale. Visto da Africa, Asia e America Latina, l’Occidente appare talvolta come un arbitro dalla memoria selettiva: inflessibile con alcuni, indulgente con altri.
Un contingente ONU a guida europea, aperto alla partecipazione di Paesi non occidentali e alle voci regionali, potrebbe attenuare questa percezione, mostrando un’Europa capace di farsi promotrice di soluzioni condivise, non di fronti contrapposti.
In definitiva, lo Stretto di Hormuz è oggi per l’Unione ciò che il Danubio fu in altre stagioni della storia europea: una linea d’acqua che interroga la nostra capacità di pensare la sicurezza come bene comune e non come somma di paure nazionali. Chiedere che lì si sperimenti una vera sicurezza collettiva, sotto bandiera ONU e con responsabilità europea, significherebbe dire – finalmente con i fatti – che l’Europa non è solo un mercato che teme gli shock del petrolio, ma una comunità politica disposta a farsi carico dell’ordine internazionale che invoca nei suoi trattati e nei suoi discorsi”. (aise)