Messaggero di Sant’Antonio/ Un sogno italiano – di Andrea D’Addio

PADOVA\ aise\ - ““Non è solo una storia di emigrazione, ma un passaggio decisivo nella vita di centinaia di migliaia di persone”. Così Fausto Caviglia racconta “Un sogno italiano”, film documentario che ha iniziato il suo percorso nei cinema italiani, e che rievoca una delle vicende più profonde, e spesso semplificate, della storia italiana all’estero: l’emigrazione verso la Germania nel secondo dopoguerra. Nato nel 1971 a Tortona (Alessandria), laureato in Scienze Politiche a Milano, Caviglia si è formato tra regia e sceneggiatura, e lavora dal 2004 come filmmaker, vivendo tra Berlino e Milano. Nel 2012 aveva già affrontato il tema della recente emigrazione italiana nella capitale tedesca con il documentario Ciao Italia. Ora il suo sguardo si sposta all’origine di quel fenomeno migratorio”. Ad intervistarlo è stato Andrea D’Addio per il “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di giugno.
““Tra il 1955 e il 1975, oltre 500mila italiani furono assunti nella Repubblica Federale di Germania. Non si trattava di una migrazione spontanea, ma di un sistema strutturato, avviato con l’accordo bilaterale del 20 dicembre 1955, che introdusse la figura dei gastarbeiter, lavoratori ospiti chiamati a sostenere il boom industriale tedesco. Ciò che ho compreso girando il film è che non era una scelta individuale come oggi, ma un meccanismo organizzato, quasi industriale”.
A Wolfsburg, uno dei simboli di questa storia, dal 1962 migliaia di italiani arrivarono per lavorare alla Volkswagen e, all’inizio, vissero in alloggi collettivi: le baracche vicino alla Berliner Brücke, primo approdo e simbolo di una vita tutta da costruire. Nel corso dei decenni furono oltre 35mila gli italiani impiegati nello stabilimento della Volkswagen, fino a circa 60mila considerando anche le famiglie. Dietro quei numeri ci sono dormitori, fabbriche, turni, lettere spedite a casa rifigli cresciuti tra due lingue e comunità che, da provvisorie, sono diventate parte stabile della città.
“Molti restano, costruiscono una vita, formano comunità che ancora oggi fanno parte della città”, rammenta Caviglia. Il documentario segue proprio questa traiettoria: dalle condizioni iniziali – lavoro duro, discriminazione, precarietà – fino ai percorsi di integrazione e trasformazione sociale. “È una storia di fatica, ma anche di lotta e di emancipazione”. Attraverso testimonianze dirette, luoghi della memoria e materiali d’archivio, il film documentario Un sogno italiano costruisce un racconto collettivo che resta profondamente personale.
“Per molti è stato il primo passo per essere riconosciuti, prima ancora che come lavoratori, come persone”, sottolinea Caviglia. La storia raccontata nel film appartiene al passato, ma parla direttamente all’Italia di oggi. Tutti, in famiglia o nel proprio giro di amicizie, hanno almeno una persona che ha deciso di emigrare in cerca di un futuro lavorativo migliore. “Capire quel percorso significa capire anche cosa vuol dire oggi essere italiani fuori dall’Italia”.
D. Oggi in che modo è diversa l’emigrazione, soprattutto quella verso la Germania?
R. Chi parte oggi, lo fa spesso per una decisione personale, con più libertà, più informazioni, più possibilità di muoversi. Allora era un processo regolamentato. La Germania aveva bisogno di manodopera, l’Italia aveva tante persone in cerca di lavoro, e l’accordo tra i due Paesi creò un canale strutturato per questa partenza.
D. Cos’hai capito girando questo film?
R. Quanto questa storia fosse collettiva. Ogni testimonianza apriva un mondo. Raccontando la storia di uno, spesso si entrava nella storia di una comunità: colleghi, famiglie, amici, persone arrivate dagli stessi paesi o passate attraverso le stesse fabbriche. Nel documentario emerge molto il Sud Italia. Io ho lavorato a 360 gradi, incontrando persone diverse, e questo dato è venuto fuori da solo. Va detto, però, che ho lasciato fuori tutto il filone dei gelatieri venuti dal Nord Italia, Veneto e Friuli. Se lo avessi incluso, avrei aperto un discorso più ampio e sarei uscito dai reali obiettivi del film ovvero raccontare il percorso dei gastarbeiter.
D. Come hai scelto le storie da inserire nel film?
R. La scelta non si è basata solo sulla forza della singola storia personale, ma anche sulla capacità di quella storia di raccontare qualcosa di più ampio. Ogni testimonianza doveva parlare di una vita e di un fenomeno sociale più grande.
D. Perché Wolfsburg è così importante?
R. Wolfsburg è una città nata intorno alla Volkswagen. Non ha una storia autonoma rispetto a quella industriale. È un simbolo dell’industria automobilistica tedesca e, proprio per questo, è uno dei luoghi in cui il fenomeno dell’emigrazione italiana diventa particolarmente visibile. Parlando con le persone lì, si capisce come l’arrivo degli italiani non sia stato solo un fatto lavorativo: si sono creati spazi, relazioni, abitudini, reti di solidarietà. Spesso si entrava in una sorta di ecosistema. Persone con storie analoghe frequentavano gli stessi luoghi, lavoravano negli stessi contesti, e condividevano difficoltà simili. In alcuni casi si può parlare quasi di enclave italiane all’interno del tessuto tedesco. Un esempio è stato Kästorf, a pochi chilometri da Wolfsburg.
D. Queste comunità aiutavano l’integrazione o rischiavano di rallentarla?
R. Da una parte furono fondamentali perché chi arrivava trovava lingua, relazioni e punti di riferimento. Dall’altra potevano rendere più difficile un’integrazione completa, mantenendo una certa distanza dal contesto tedesco.
D. Che impressioni hai avuto delle seconde e terze generazioni?
R. Mi hanno dimostrato quanto quella emigrazione, nata come temporanea, abbia cambiato in modo stabile la Germania. Il tema dell’integrazione non si ferma alla prima generazione. Molti italiani sono rimasti, hanno formato famiglie, e oggi ci sono seconde, terze, perfino quarte generazioni pienamente integrate nella società tedesca. Tra le intervistate c’è Daniela Cavallo, nata a Wolfsburg nel 1975, figlia di un gastarbeiter calabrese. Oggi è presidente del potente consiglio di fabbrica della Volkswagen, che la scorsa estate, in un momento molto delicato per l’azienda, ha discusso dei possibili licenziamenti e delle condizioni di lavoro di decine di migliaia di operai. È un esempio di quanto l’italianità sia diventata parte della Germania, a ogni livello della società.
D. Cosa dice questa storia agli italiani all’estero?
R. Che ogni migrazione ha una dimensione individuale e una collettiva. Oggi le condizioni sono diverse, ma restano i temi del riconoscimento, del lavoro, della dignità, del rapporto con il Paese in cui si arriva. Guardare a quella generazione significa capire da dove nasce una parte importante della presenza italiana in Germania: non solo dai grandi accordi tra Stati, ma dalle vite concrete di chi è partito pensando di restare poco all’estero, e ha finito per costruire un pezzo di futuro anche per chi è arrivato dopo”. (aise)