L'ambiente al primo posto

ROMA – focus/ aise – È stata recentemente completata in Antartide la perforazione record del sito Crary Ice Rice, un remoto campo allestito sul ghiaccio a 700 chilometri di distanza dalla base più vicina, la neozelandese Scott Base affacciata sul Mare di Ross.
L’impresa scientifica, che ha coinvolto un team internazionale di ricercatori, ingegneri e perforatori provenienti da dieci Paesi, tra cui l’Italia – anche Nuova Zelanda, Stati Uniti, Germania, Australia, Giappone, Spagna, Repubblica di Corea, Paesi Bassi e Regno Unito –, è stata condotta nell’ambito del progetto SWAIS2C (Sensitivity of the West Antarctic Ice Sheet to 2°C).
Il progetto SWAIS2C ha come obiettivo determinare se la Piattaforma di Ross (Ross Ice Shelf) e la Calotta Glaciale dell’Antartide Occidentale (WAIS - West Antarctic Ice Sheet) possano fondere come conseguenza del previsto aumento della temperatura media globale di +2°C rispetto a quella dell'era preindustriale.
Nonostante le condizioni ambientali estreme, la perforazione recentemente conclusa ha consentito di raggiungere la profondità di 228 metri, superando di 28 metri l’obiettivo iniziale della spedizione e individuando sedimenti risalenti a milioni di anni fa che custodiscono informazioni fondamentali sul destino della Calotta Glaciale dell’Antartide Occidentale.
Questa vasta calotta di ghiaccio è protetta, da un lato, dalla Piattaforma di Ross, la più grande massa di ghiaccio galleggiante al mondo che si sta progressivamente indebolendo a causa del riscaldamento globale: se la Piattaforma di Ross fondesse, provocherebbe a cascata il successivo scioglimento della Calotta Glaciale dell’Antartide Occidentale che, a sua volta, porterebbe a un innalzamento del livello del mare di 4 o 5 metri.
La sfida del progetto SWAIS2C, finanziato nell’ambito del programma ICDP (International Continental Drilling Program) con il contributo di ogni nazione partecipante, è fornire prove geologiche dirette del tipping point della temperatura globale, vale a dire del “punto di non ritorno” oltre il quale l’aumento della temperatura potrà innescare lo scioglimento irreversibile della Piattaforma.
“L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) è in prima fila nella governance di SWAIS2C per quanto riguarda l’Italia”, spiega il presidente dell’INGV, Fabio Florindo. “Inoltre personale dell’Istituto partecipa alla parte scientifica dello studio della carota di ghiaccio recuperata al Crary Ice Rise mettendo a disposizione del team composto da oltre 120 scienziati le proprie competenze in cronostratigrafia, vulcanologia, petrologia e paleomagnetismo”.
Oltre all’INGV, gli enti italiani coinvolti nel Progetto sono l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) e le Università di Siena, Trieste e Genova.
Le concentrazioni di microplastiche da pneumatici nell’aria possono risultare fino a cinque volte più elevate nelle zone urbane a traffico intenso dove i veicoli frenano e ripartono di frequente. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Atmospheric Environment e condotto nell’ambito del progetto europeo Polirisk, con la collaborazione di ENEA.
“In città una delle principali fonti di inquinamento da microplastiche è rappresentata dalle minuscole particelle generate dall’attrito degli pneumatici sull’asfalto durante la normale circolazione dei veicoli. Finora, solo pochi studi internazionali hanno quantificato le concentrazioni atmosferiche di queste particelle”, spiega Maria Rita Montereali, ricercatrice del Laboratorio ENEA Impatti sul Territorio e nei Paesi in Via di Sviluppo presso il Dipartimento Sostenibilità e coautrice dello studio insieme alle colleghe Laura Caiazzo e Sonia Manzo del medesimo dipartimento. “Con il nostro lavoro – aggiunge - abbiamo voluto misurare la presenza di queste microplastiche e valutarne le variazioni in relazione ad altri inquinanti primari del traffico, analizzando aree caratterizzate da differenti condizioni di circolazione veicolare. In futuro, i dati raccolti potranno essere utilizzati per verificare le possibili associazioni con gli effetti sulla salute”.
Nel periodo 2022-2023 il team del progetto POLIRISK ha monitorato tre siti contraddistinti da flussi e velocità di traffico diversi: una strada urbana con traffico di tipo “stop-and-go”, un tratto autostradale a traffico elevato ma scorrevole e un parco cittadino che distava dalla strada (secondaria) più vicina 50 metri, con campagne di campionamento del particolato atmosferico PM10 a Utrecht (Paesi Bassi), dove si stima che ogni anno vengano rilasciate nell’aria tra le 880 e le 2900 tonnellate di particelle plastiche a causa dell’abrasione degli pneumatici su strada.
Per le rilevazioni sulla qualità dell’aria, i ricercatori hanno utilizzato marcatori di gomma sintetica e naturale – le principali componenti degli pneumatici – e un marcatore per il benzotiazolo, un additivo impiegato per indurire la gomma. In parallelo, sono stati monitorati anche altri inquinanti generati dal traffico provenienti dall’usura dei freni (metalli come ferro, rame, cromo e manganese) e dalle emissioni dei motori, per verificarne la correlazione con le microplastiche oggetto dello studio.
Nel parco sono state misurate le concentrazioni di microplastiche da pneumatici più basse (3,1-5,1 nanogrammi per metro cubo), mentre quelle più elevate sono state rilevate vicino all’autostrada (7,8-18,1 ng/m³) e in misura maggiore nella zona a traffico “stop-and-go” dove i veicoli si fermavano e ripartivano frequentemente. Quindi, rispetto al parco i livelli di gomma sintetica e naturale nell’aria erano in media fino a 3 volte più alti in autostrada e quasi 5 volte maggiori nella zona a traffico “stop-and-go”.
Anche le concentrazioni di benzotiazolo risultavano più elevate vicino all’autostrada (2,4 volte superiori) e nella zona “stop-and-go” (4,6 volte maggiori) rispetto al parco. “Il benzotiazolo è una sostanza utilizzata nel processo di vulcanizzazione della gomma per la produzione degli pneumatici – ha spiegato la ricercatrice ENEA Laura Caiazzo -. Sebbene sia presente anche in altri prodotti - come antigelo, inibitori di corrosione per l’industria della carta o intermedi nella sintesi di coloranti - nel nostro studio è stato considerato un marcatore di particolare interesse, perché viene impiegato nei test di tossicità in vitro e in vivo e nei nostri campioni mostrava una forte correlazione con altri indicatori della presenza di particelle di gomma nell’aria”.
In generale, le concentrazioni di metalli derivanti dall’usura dei freni sono risultate da tre a otto volte superiori nelle zone trafficate rispetto al parco. Inoltre, rispetto all’autostrada, l’area caratterizzata da traffico intermittente ‘stop-and-go’ presentava le quantità più elevate di elementi metallici nell’aria (da 2 a 4,8 volte in più).
Nei campioni raccolti, la quantità di microplastiche da pneumatici rappresentava in media lo 0,45% del particolato PM10: una frazione relativamente piccola, il cui peso potrebbe però aumentare in futuro. “L’adozione di standard di qualità dell’aria sempre più severi, che stabiliscono limiti ancora più bassi per le emissioni dagli scarichi, può determinare un aumento relativo del contributo delle particelle, non derivanti dalla combustione, al particolato PM10, una tendenza che probabilmente continuerà nei prossimi anni”, ha commentato la ricercatrice ENEA, Sonia Manzo, che ha coordinato lo studio per l’Agenzia italiana. “La diffusione dei veicoli elettrici – conclude - ridurrà in parte le emissioni di inquinanti legati alla combustione, ma è prevedibile che comporterà un aumento dei livelli di microplastiche prodotte dall’usura e dal contatto con l’asfalto degli pneumatici, a causa di un attrito superiore per il maggior peso di tali veicoli”. (focus\aise)